Negli ultimi anni abbiamo riflettuto spesso sul tema delle radici e sull’importanza di riconnettersi al proprio io più intimo, istintuale e mitico. Le radici non sono semplicemente un riferimento genealogico o culturale: sono un ritorno al mythos, al racconto lungo e stratificato del viaggio umano che ci precede.
In greco antico mythos vuol dire racconto, parola narrata. Non indica solo favola o leggenda, ma una forma originaria di conoscenza. Come ricorda Mircea Eliade, il mito è un racconto vero perché fonda, istituisce, spiega ciò che siamo. Prima della filosofia, prima della scienza, gli esseri umani hanno spiegato il mondo attraverso miti: storie che davano senso al cielo, alla nascita, alla morte, al destino.
Dire che le radici sono un ritorno al mythos significa, allora, considerarle narrazione: ciò che ci tiene legati a un’origine, a un “viaggio” che viene da prima di noi. L’antropologo Clifford Geertz ha mostrato come la cultura sia fatta di sistemi di significato condivisi: racconti, simboli, riti. Le radici, allora, non si riducono a un dato biologico o storico: sono costruzioni di senso, tramandate attraverso il racconto.
Il viaggio delle radici può assumere forme diverse: l’erranza e il ritorno di Ulisse, o la discesa e rinascita di Dante. Viaggio fisico, certo, ma anche mentale e linguistico. Riscoprire le proprie radici significa porsi a domande semplici e profonde: perché parlo così? La lingua è il primo filo che ci lega alla terra. Un’eredità che portiamo sempre con noi. È una certezza silenziosa, che non ci abbandona. Chiunque abbia vissuto lontano dalla propria terra lo sa: l’accento, le parole, le inflessioni sono una memoria viva che non ci abbandona. Ovunque andremo, ci portiamo dentro quel DNA.
Il filosofo Edgar Morin ricorda che l’identità è sempre doppia: radicata e nomade. Se ci radichiamo senza mai muoverci, soffochiamo. Se viaggiamo senza radici, ci disperdiamo. Il movimento tra radici e cammino è ciò che ci tiene vivi.
Eppure il viaggio non è mai facile. Non sempre ne conosciamo la durata, e spesso ci conduce in direzioni impreviste. Il senso stesso del viaggiare è procedere verso l’ignoto: fare luce sull’ignoranza, accendere un faro nella notte, offrire un piccolo lumicino di verità. È questo che fa la conoscenza: trasformare l’ignoranza in possibilità. Quale verità? Non una verità assoluta, ma quella parziale, momentanea, che ciascuno riesce a scorgere.
La narrazione dei miti antichi ci ricorda che qualcuno, un tempo, è partito per scoprire qualcosa. È il gesto archetipico: distaccarsi dalla propria terra per rivederla poi con occhi diversi. È un movimento a spirale, che tocca i punti senza mai fermarsi; un percorso che ricorda il gioco dell’oca: un continuo avanzare e tornare, sempre più consapevoli.
Le radici come nutrimento
Le radici non sono un simbolo astratto. Sono nutrimento.
Il mondo vegetale ci offre una metafora eloquente: le radici permettono alle piante di nutrirsi di ciò che la terra ha da offrire. Così è anche per gli esseri umani: dalle radici traiamo nutrimento, forza e identità. Ci nutriamo della nostra terra, della lingua, delle storie che ci hanno cresciuti.
Eppure il radicamento non è immobilità. Per riconoscere davvero le proprie radici occorre talvolta allontanarsi, fare esperienza di altri luoghi, affrontare altri mari e scoprire nuove isole, reali o immaginarie, per poi tornare e riscoprire ciò che si era lasciato. In questo senso, le radici non sono catene, ma sorgenti. Un allontanamento che permette di riconoscere, meglio, ciò che avevamo sotto i piedi.
Hillman ricorda che non nasciamo una sola volta: siamo il frutto di racconti che ci hanno preceduto. Ritrovare le radici, dunque, è riconoscere quella catena invisibile che ci sostiene, ma anche sapere che possiamo rinnovarla. La radice non è solo sangue o terra: è memoria narrata.
All’inizio non tutti comprendono il senso di questo movimento. Chi ascolta percepisce parole che sembrano isolate, ma che, messe in fila, costruiscono pensiero. È con le parole che il pensiero diventa carne: un’idea prende forma nel momento in cui viene pronunciata.
Principi e creatività
Ho sempre pensato che il lavoro debba fondarsi sui principi, più che sulle regole. Le regole arrivano dopo, se il principio è solido. Questo vale per l’arte come per la vita. Metodi e forme seguono naturalmente. La storia del teatro ce lo conferma: dalle improvvisazioni della Commedia dell’Arte fino alle pratiche di Grotowski, ciò che regge non è la regola imposta dall’alto, ma il principio vivo che orienta la ricerca.
Autenticità e verità sono radici profonde. L’inizio di ogni percorso nasce da un bisogno: il bisogno di esprimersi, di essere liberi. La creatività non conosce gabbie né padroni. Non è una macchina di consenso, ma un atto umano e vitale. Prima di essere produttori, siamo persone. E in quanto tali, dobbiamo restare fedeli alla nostra libertà.
Memoria e conflitto
Riflettere sulle radici significa anche tornare alla memoria. Ai ricordi.
Cartoline dal passato, immagini di ciò che eravamo e di ciò che siamo diventati. Momenti di vita che tornano che ci insegnano a stare nel presente, insieme.
I conflitti, a loro volta, fanno parte di questa ricerca. È dai conflitti che nascono le storie. Ogni personaggio, in fondo, non è altro che qualcuno posto di fronte a un problema da risolvere. Ogni giorno, nella vita reale, affrontiamo prove simili. Anche in amore ci sono ostacoli da superare, rapporti da gestire, incomprensioni da trasformare in crescita.
Dietro i conflitti, tuttavia, restano le ferite. Spesso l’ego le copre, il carattere le trasforma in nevrosi, e le nostre difese diventano cerotti messi sopra le vulnerabilità.
Ombre e ferite
Dentro ciascuno di noi vive un bambino fragile.
Cerchiamo di difenderlo, ma spesso non lo vediamo più.
Lo chiudiamo in un cassetto.
E quando smettiamo di vederlo, si trasforma in ombra.
La psicologia contemporanea ce lo ricorda: quello che non viene visto, riconosciuto, tende a riaffiorare sotto forme inaspettate.
Eppure quel bambino ritorna nei ricordi, come onde di mare. Nel profumo di salsedine, nelle storie di barche e marinai, negli oceani attraversati e nelle terre scoperte. Sono memorie che a distanza di anni possono ancora far battere il cuore, anche se nel momento in cui le viviamo non le comprendiamo appieno. Non sempre il tempo segue il percorso che avevamo immaginato.
Radici come poesia
Il mondo si muove come una nuvola, mentre noi restiamo spesso immobili, ancorati a miraggi di sicurezza, al mito del “posto fisso”. Ma il viaggio delle radici ci invita a rimetterci in movimento, a correggere rotta, a scommettere ancora.
Le radici, allora, non sono catene ma sorgenti.
non sono soltanto passato, ma possibilità.
Sono la poesia che genera altra poesia.Clifford Geertz, antropologo, lo dice in altri termini: «L’uomo è un animale intrappolato in reti di significato che egli stesso ha tessuto». Quelle reti sono i miti, i simboli, le storie che ci tengono legati a un origine.