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L'uccel bel verde. Una fiaba toscana di Italo Calvino - Podcast Prodotto da Mentesauri
  • Fiabe in Carrozza
6-8 anni
15+ minuti
Avventurosa

L’uccell bel verde, una fiaba di Italo Calvino

Da Italo Calvino

L'uccel bel verde, fiaba popolare toscana di Italo Calvino. Un re ficcanaso, tre sorelle, una regina murata e tre figli dai capelli d'oro. Un uccello svela tutto.

Ascolta la storia

Voce di Filippo Carrozzo
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Fiabe in Carrozza
L'uccell bel verde, una fiaba di Italo Calvino
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L’uccel bel verde è una fiaba toscana dalla raccolta
“Fiabe Italiane” di Italo Calvino.
Un re ficcanaso, tre sorelle ascoltate di nascosto,
una regina murata viva e tre figli con i capelli d’oro,
tre sfide epiche e un uccello parlante

Il re e le tre sorelle

Un re era ficcanaso: andava la sera sotto le finestre dei sudditi a sentire
cosa si diceva nelle case. Era un tempo di turbolenze, e il re sospettava
che il popolo covasse qualcosa contro di lui.

Così una sera, passando sotto una casuccia di campagna,
sentì tre sorelle sulla terrazza che discorrevano fitto fitto tra loro.

Diceva la maggiore:
«Potessi sposare il fornaio del re, farei i panini in un giorno solo
quanto ne mangia tutta la corte in un anno! Tanto mi garba quel bel
giovane fornaio.»

E la mezzana:
«Io vorrei per sposo il vinaio del re, e vedrete che con un bicchier di vino ubriacherei tutta la corte. Quanto quel bel vinaio mi va a genio!»

Poi chiesero alla più piccina: «E tu chi sposeresti?»
E la piccina, che era anche la più bella, disse:
«Io invece vorrei per sposo il re in persona. E gli farei due figli maschi di latte e sangue, con i capelli d’oro, e una figlia femmina di latte e sangue, con i capelli d’oro e una stella in fronte.»

«Le stelle, i capelli d’oro, il re! Va’, va’, poverina, ti contenti di poco!»

La promessa

Il re ficcanaso, che aveva sentito tutto, tornò a casa, e l’indomani le
mandò a chiamare tutte e tre. Le ragazze furono prese da sgomento, perché erano tempi di sospetti e non sapevano cosa potesse loro capitare.

Arrivarono tutte confuse.
«Non abbiate paura» disse il re.
«Ripetetemi cosa stavate dicendo ieri sera sulla terrazza di casa vostra.»

Loro, più confuse che mai:
«Ma noi, chi sa, niente…»
«Non dicevate forse che volevate sposarvi?»
E a furia di insistere, fece ripetere alla più grande il discorso che voleva sposare il fornaio.

«Bene, ti sia concesso» disse il re.
E la maggiore ebbe il fornaio in sposo.

La seconda confessò che voleva il vinaio.
«Ti sia concesso.» E l’ebbe in sposo.

Chiese alla più piccina, e quella, tutta rossa, gli ripeté quello che aveva detto la sera prima.
«Se ti fosse concesso davvero di sposare il re, manterresti la promessa?»
«Le prometto che farei tutto il mio meglio, maestà.»
«Allora ti sia concesso di sposarmi. E tra tutte e tre vedremo chi tien
fede meglio a quel che ha detto.»

Di fronte alla fortuna della più piccina, divenuta regina di colpo, le sorelle
maggiori non si adattarono a essere da meno. Nacque in loro un’invidia
che non sapevano come sfogare, e crebbe ancora quando si seppe che
la regina aspettava già un bambino.

La scimmia

Intanto il re dovette partire per la guerra contro un suo cugino, e disse
alla sposa: «Ricordati quello che mi hai promesso.»
La raccomandò alle cognate, e partì.

Mentre lui era in guerra, la sposa diede alla luce un bambino di latte e sangue con i capelli d’oro. Le sorelle, che cosa fecero? Portarono via il bambino, e al suo posto misero una scimmia.
Il bambino lo diedero a una vecchia, perché lo annegasse.

La vecchia andò al fiume col bambino in un canestro.
Arrivata sul ponte, buttò giù il canestro e via. Nel fiume passò il canestro galleggiando, e lo vide un barcaiolo, che corse dietro per la corrente e
lo prese. Vide quella creatura così bella, e la portò a casa per darla in
balia a sua moglie.

Al re in guerra, le cognate mandarono la notizia che la moglie aveva fatto una scimmia invece del bambino di latte e sangue con i capelli d’oro:

«Scriveteci cosa ne dobbiamo fare.»
«È pur sempre mia moglie» rispose il re. «Tenete conto di lei.»

Finita la guerra, tornò a casa. Ma verso la moglie non riusciva più a
essere come prima. Sì, le voleva sempre bene, ma era rimasto deluso perché non aveva mantenuto la parola.

Il cane

Nel frattempo la moglie tornò ad aspettare un bambino, e il re sperava
che questa volta sarebbe andata meglio.

Per tornare al bambino salvato dal barcaiolo: un giorno questi gli guardò bene i capelli e disse alla moglie:

«Ma guarda qua questi capelli, non ti pare che siano d’oro?»
«Ma certo che sono d’oro!»

Tagliarono una ciocca e andarono a venderla. L’orefice la prese sulla bilancia, e la pagò come oro zecchino. Da quel momento, ogni giorno il barcaiolo e la moglie tagliavano una ciocca al bambino e la vendevano.
Così in breve tempo diventarono ricchi.

Intanto al re il cugino fece guerra un’altra volta. Il re andò via, e lasciò la moglie che aspettava il bambino.
«Mi raccomando.»

Anche questa volta, mentre il re era lontano, la regina diede alla luce un
bambino di latte e sangue con i capelli d’oro. Le sorelle presero il bambino e al suo posto misero un cane. Il bambino lo diedero alla solita vecchia,
che lo buttò nel fiume in un canestro come suo fratello.

«Ma che storie sono queste?» disse il barcaiolo vedendosi capitare un
altro bambino giù per il fiume.

Poi pensò subito che quei capelli avrebbero raddoppiato i suoi guadagni.
Il re, sempre in guerra, ricevette un’altra lettera dalle cognate:

«La vostra sposa ha fatto un cane. Scriveteci cosa si deve fare di lei.»

Il re rispose:
«Cane o cagna che sia, tenete da conto la mia moglie.»

E tornò in città scuro nel volto.
Ma a questa sposa s’era proprio affezionato, e sperava sempre che la
terza volta le sarebbe andata bene.

La tigre

Anche questa volta, mentre la regina aspettava un bambino, ecco il
cugino che gli fa guerra una terza volta. Il re dovette proprio andare.

«Addio» disse alla moglie.
«E ricordati la promessa. I due maschi dai capelli d’oro non me li hai dati. Vedi di darmi la bambina con la stella in fronte.»

Lei diede alla luce una bambina, una bambina proprio di latte e sangue,
con i capelli d’oro e una stella in fronte. La vecchia preparò il canestro e
la buttò nel fiume. Le sorelle nel letto della regina misero una piccola tigre.
Scrissero al re della tigre nata e chiesero che cosa volesse fosse fatto
della sua sposa.

Lui scrisse:
«Fate quello che volete, quando torno non la voglio vedere nel palazzo.»

Le sorelle la prendono, la levano dal letto, la portano giù in cantina, la murano dal collo in giù, in modo che le restava fuori solo la testa. Ogni giorno le andavano a portare un po’ di pane e un bicchier d’acqua, e le davano uno schiaffo per una. Questo era il suo cibo quotidiano.
Le sue stanze furono murate, e di lei non restò più alcuna traccia.

Il re, finita la guerra, non disse parola, e nessuno gliene parlò.
Però restò triste per tutti i suoi giorni.

I tre fratelli

Il barcaiolo, che aveva trovato anche il canestrino della bimba, ora aveva
tre bei ragazzi che crescevano a vista d’occhio. E quei capelli d’oro avevano fatto tanta e tanta ricchezza.

Disse: «Ora bisogna pensare un pochino a loro, poverini. Bisogna fabbricargli un palazzo, perché stanno diventando grandi.»

E fece fabbricare, proprio di fronte a quello del re, un palazzo ancora
più grande, con un giardino dove c’erano tutte le meraviglie del mondo. Intanto i bambini si erano fatti giovinetti, e la bambina una bella ragazzina.
Il barcaiolo e sua moglie erano morti, e i ragazzi, ricchi da non si dire, vivevano in quel bel palazzo. Tenevano sempre il cappello in testa, e nessuno sapeva che avevano i capelli d’oro.

Dalle finestre del palazzo del re, la moglie del fornaio e la moglie del
vinaio li guardavano, e non sapevano di essere proprio le loro zie.
Una mattina, queste zie videro i fratelli e la sorellina senza cappello,
seduti a un balcone che si tagliavano i capelli l’uno all’altro.
Era un mattino di sole, e i capelli d’oro splendevano tanto che
abbagliavano lo sguardo. Alle zie venne subito il sospetto che fossero i
figli della sorella, buttati nel fiume.

Cominciarono a spiarli. Videro che tutte le mattine si tagliavano i capelli d’oro, e il mattino dopo li avevano di nuovo lunghi.
Da quel momento le due zie cominciarono ad avere paura dei loro delitti.

Intanto anche il re, dai cancelli, si era messo a guardare il giardino vicino
e quei ragazzi che ci abitavano.
E pensava: «Ecco i figlioli che mi sarebbe piaciuto avere dalla mia moglie. Proprio quelli che mi aveva promesso.»

Ma non aveva visto i capelli d’oro, perché portavano sempre il capo coperto. Così il re cominciò a discorrere con loro:

«Avete proprio un gran bel giardino.»
«La ringrazio, maestà. Ci sono tutte le bellezze del mondo in questo giardino, non manca nulla. Se lei vuole farci degni, può venire a passeggiarci quando vuole.»

E così entrò in amicizia con loro.
«Visto che siamo vicini, perché non venite domani da noi a pranzo?»
«Maestà, sarà troppo incomodo per tutta la corte.»
«Nessun incomodo, anzi: sarebbe un bel regalo.»
«Allora vorrà dire che accetteremo le sue grazie e domani saremo da lei.»

Quando le cognate seppero dell’invito, corsero dalla vecchia a cui
avevano dato le creature da ammazzare.

«Strega, che ne facesti di quelle creature?»
«Nel fiume le buttai, col cesto, è tutto. Ma il cesto era leggero e stava a galla. Se poi è andato a fondo o no, non stetti mica lì a vedere.»
«Oh, sciagurata! Le creature sono vive, e il re le ha incontrate.
Se le riconosce siamo morte noi. Bisogna impedire che vengano a palazzo e farle morire per davvero.»
«Ci penso io» disse la vecchia.

Le tre prove

L’acqua che balla

Fingendosi una mendicante, si mise al cancello del giardino.
Proprio in quel momento la ragazza stava guardandosi intorno e dicendo, come al solito:

«Cosa manca in questo giardino? Ah, di più non ci può essere.
Ci sono tutte le bellezze del mondo.»
«Eh, tu dici che non manca nulla? Io vedo che manca una cosa, bambina.»
«E quale?»
«L’acqua che balla.»
«E dove si può trovare?»

Ma la vecchia era sparita.
La ragazza scoppiò in pianto.
«Io che credevo che non mancasse nulla nel nostro giardino.
Invece manca l’acqua che balla.»

Tornarono i fratelli e a vederla disperata:
«Cos’hai? Cos’è successo?»

La ragazza raccontò della vecchia.
«Tutto qui?» fece il fratello maggiore. «Ci penso io a cercarla.»
Aveva un anello al dito, e lo infilò al dito della sorella.
«Se la pietra cambia colore, è segno che sono morto.»
Montò a cavallo e corse via.

Aveva già molto galoppato quando incontrò un eremita che gli chiese:
«Dove vai, bel giovane?»
«Vado in cerca dell’acqua che balla.»
«Ti voglio non mandare alla morte: non sai che c’è pericolo?»
«Pericolo quanto volete, ma io quella cosa devo trovarla.»
«Sta a sentire. Vedi quella montagna? Va’ in cima, troverai una gran
pianura. In mezzo c’è un bel palazzo. Davanti al portone ci sono quattro giganti con le spade in mano. Quando hanno gli occhi chiusi non devi passare, hai capito? Passa invece quando hanno gli occhi aperti.
C’è il portone: se lo trovi aperto non passare, se lo trovi chiuso spingi e passa. Troverai quattro leoni. Quando hanno gli occhi chiusi non passare, passa quando li trovi con gli occhi aperti. E troverai l’acqua che balla.»

Il ragazzo salutò l’eremita, montò a cavallo, e prese per la montagna.
Lassù trovò il palazzo col portone aperto e i quattro giganti con gli occhi chiusi. Appena i giganti aprirono gli occhi e il portone si chiuse, passò. Aspettò che i leoni aprissero gli occhi, e passò ancora.
C’era l’acqua che balla.
Il ragazzo aveva una bottiglia e la riempì.
Appena i leoni richiusero gli occhi, scappò via.

Immaginatevi la gioia della sorellina, restata in tutti quei giorni a
guardare con ansia l’anello, quando vide tornare il fratello con
l’acqua che balla. Si abbracciarono e baciarono, e subito misero due catinelle d’oro in mezzo al giardino, e ci misero l’acqua che balla.

L’acqua saltava da una catinella all’altra, e la bambina stava a guardare piena di gioia, sicura ormai di avere tutte le bellezze del mondo nel suo giardino.

Venne il re a chiedere come mai non erano venuti a pranzo, che li aveva tanto aspettati. La bambina gli spiegò che non c’era l’acqua che balla in giardino, e il fratello maggiore era dovuto andare a prenderla.

Il re ammirò molto la novità e invitò di nuovo i tre ragazzi per l’indomani.

L’albero che suona

La vecchia mandata dalle zie ritornò, vide l’acqua che balla nel giardino,
e ingoiò la bile.

«Ora l’acqua che balla ce l’hai. Ti manca ancora l’albero che suona.»
Detto questo, se ne andò. Vennero i fratelli.

«Oh fratelli miei, se mi volete bene dovete portarmi l’albero che suona.»
Stavolta fu il secondo fratello a dire: «Sì, sorellina mia, vado e te lo porto.»
Diede il suo anello alla sorella, montò a cavallo e corse fino dall’eremita
che aveva aiutato suo fratello.

«Ah, l’albero che suona è un osso duro. Senti cosa devi fare:
sali sulla montagna, guardati dai giganti, dal portone, dai leoni, tutto come ha fatto tuo fratello. Poi troverai una porticina con sopra un paio di forbici. Se le forbici sono chiuse non passare; se sono aperte, passa. Troverai un albero enorme che suona con tutte le sue foglie. Tu arrampicati e stacca
il ramo più alto. Lo pianterai nel tuo giardino e metterà radici.»

Il giovane andò fino sulla montagna, si arrampicò sull’albero tra tutte le foglie che suonavano, e prese il ramo più alto. Accompagnato dal suo canto, tornò a casa. Quando fu piantato, il ramo diventò l’albero più bello che ci fosse nel giardino, e lo riempiva tutto con il suo suono.

Il re, che era piuttosto fesso, perché per la seconda volta i fratelli avevano
mancato l’invito, fu così contento di ascoltare quel suono che li reinvitò
tutti e tre per l’indomani.

L’uccel bel verde

Subito le zie mandarono la vecchia.
«Sei contenta dei consigli che ti ho dato?
L’acqua che balla, l’albero che suona? Ora ti manca solo l’uccel bel verde,
e avrai tutte le bellezze del mondo.»

Vennero i ragazzi. «Fratellini, chi mi va a prendere l’uccel bel verde?»
«Io» disse il primo. E partì.

«Ah, l’uccel bel verde, questo sì che è un guaio. Tanti ci sono andati, e
tutti ci sono rimasti» disse l’eremita. «Andare alla montagna, lo sai;
entrare nel palazzo, lo sai. Troverai un giardino pieno di statue di marmo: sono nobili cavalieri che come te volevano prendere l’uccel bel verde.
Tra gli alberi del giardino volano centinaia di uccelli.
L’uccel bel verde è quello che parla. Ti parlerà, ma bada:
qualsiasi cosa dica, non devi mai rispondergli.»

Il giovane arrivò nel giardino pieno di statue e di uccelli.
L’uccel bel verde si posò sulla sua spalla e gli disse:

«Sei venuto da cavaliere, e credi di prendermi? Ti sbagli. Sono le tue zie che ti mandano a morte. E tua madre, la tengono murata viva.»
«Mia madre murata viva?» disse il giovane.
E appena ebbe parlato, subito diventò anch’egli statua di marmo.

La sorella guardava l’anello ogni minuto. Quando vide che la pietra diventava azzurra, gridò: «Aiuto! Muore!»
L’altro fratello salì in sella e partì. Anch’egli arrivò nel giardino, e l’uccel
bel verde gli disse:
«Tua madre è murata viva.»
«Mia madre murata viva?»
E diventò di marmo.

La sorella guardava l’anello del secondo fratello, e l’avito diventò nero.
Non si perse d’animo. Si vestì da cavaliere, prese una boccetta d’acqua
che balla, un ramo dell’albero che suona, scelse il migliore dei loro
cavalli, e partì.

L’eremita le disse:
«Apri l’orecchio. Se l’uccello parla e tu gli rispondi, sei finita.
Strappagli invece una penna dalle ali, bagnala nell’acqua che balla, e poi tocca tutte le statue.»

Appena l’uccel bel verde vide la ragazza vestita da cavaliere, le si posò
su una spalla e disse:
«Anche tu qui! Ora diventerai come i tuoi fratelli. Li vedi, uno e due, e
con te tre. Tuo padre in guerra, tua madre murata viva, e le due zie che
se la ridono.»

La ragazza lo lasciò cantare, e l’uccello si stancava a ripeterle le sue
parole all’orecchio. E non fu lesto a volar via quando la ragazza lo afferrò, gli strappò una penna dalle ali, la bagnò nella boccetta d’acqua che balla, poi la passò sotto il naso dei fratelli impietriti. I fratelli si mossero e l’abbracciarono. Poi fecero lo stesso con tutte le altre statue, ed ebbero
un seguito di nobili cavalieri, baroni, principi e figli di re.
Fecero a usare la penna anche ai giganti, e si svegliarono anche i giganti;
e così fecero coi leoni…

L’uccel bel verde si posò sul ramo dell’albero che suona e si lasciò
mettere in gabbia. E tutti insieme, in un gran corteo, lasciarono il palazzo sulla montagna, che per incanto sparì.

La sentenza

Quando dal palazzo reale videro il giardino con l’acqua che balla,
l’albero che suona, e l’uccel bel verde, e i tre fratelli con tutti quei
principi e baroni che facevano festa, le zie si sentirono venir meno.
E il re volle invitare tutti a pranzo.

Vennero, e la sorellina portava l’uccel bel verde su una spalla.
Quando furono per sedersi a tavola, l’uccel bel verde disse:

«Aspettate!»
E tutti si fermarono.
Il re cominciò a mettere in fila tutta la gente di casa per vedere chi era quella che mancava. Ma l’uccel bel verde continuava a dire:
«Ne manca una.»

Non sapevano più chi far venire. A un tratto si ricordarono:
«Maestà… ma non sarà la regina murata viva?»
Il re diede subito ordine di farla smurare. I figli la abbracciarono, e la bambina con la stella in fronte le fece fare il bagno in una tinozza
d’acqua che balla, e tornò sana come se nulla fosse stato.
Così ci si rimise a pranzo, con la regina con l’abito regale a capo della tavola. E le due sorelle invidiose, gialle in viso che parevano avere l’
itterizia, stavano per portare alla bocca il primo cucchiaio, quando
l’uccel bel verde disse:

«Mangiate solo quello che becco io.»
Perché le due zie avevano messo del veleno nel cibo. Gli invitati mangiarono solo le pietanze che l’uccel bel verde beccava, e si salvarono.

«Adesso sentiamo l’uccel bel verde cosa ci racconta» disse il re.
L’uccel bel verde saltò sulla tavola davanti al re e disse:
«Re, questi sono i tuoi figli.»

I ragazzi si scoprirono il capo, e tutti videro che avevano i capelli d’oro,
e la sorellina anche la stella d’oro in fronte. L’uccel bel verde continuò a parlare, e raccontò tutta la storia.

Il re abbracciò i figli e chiese perdono alla moglie. Poi fece comparire davanti a sé le due cognate e la vecchia, e disse all’uccel bel verde:
«Uccello, ora che hai svelato tutto, dài la sentenza.»

E l’uccello disse:
«Alle cognate, una camicia di pece e un pastrano di fuoco, e alla vecchia, giù dalla finestra!»

E così finì: il re, la regina e i figli vissero felici e contenti.


Stretta la foglia,
larga la via
voi dite la vostra,
che io ho detto la mia.

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