Una fiaba d’amore di Italo Calvino da “Fiabe Italiane”
Una principessa, un principe che si trasforma in canarino
e una matrigna gelosa che cerca di dividerli.
Magia, amore e prove iniziatiche dalla tradizione popolare italiana.
La matrigna
C’era un re che aveva una figlia.
La madre era morta, e la matrigna, che era gelosa della figlia,
parlava sempre male di lei al re.
La ragazza si discolpava e si disperava, ma la matrigna,
tanto disse, tanto fece, che il re, sebbene affezionato a sua figlia,
finì per dar la vinta alla regina, e le disse di condurla pure via
fuori di casa. Però doveva metterla in un posto dove stesse bene,
perché non avrebbe mai permesso che fosse maltrattata.
«Quanto a questo» disse la matrigna,
«sta tranquillo, non ci pensare.»
E fece chiudere la ragazza in un castello in mezzo al bosco.
Prese una squadra di dame di corte e gliele mise lì per compagnia,
con la consegna che non la lasciassero uscire, né affacciarsi alle
finestre. Le pagava con stipendi da casa reale. Naturalmente,
alla ragazza fu assegnata una stanza ben messa: da mangiare,
da bere, tutto quello che voleva… solo che non poteva uscire.
Le dame, invece, ben pagate com’erano, e con tanto tempo
libero, se ne stavano per conto loro e non le badavano neppure.
Il re ogni tanto chiedeva alla moglie:
«Nostra figlia, come sta? Che fa di bello?»
E la regina, per far vedere che se ne interessava, andò a farle
visita al castello. Appena scese di carrozza, le dame le corsero
tutte incontro a dirle che stesse tranquilla, che la ragazza stava
tanto bene ed era tanto felice. La regina salì un momento in
camera della ragazza. «Stai bene, sì? Non ti manca niente, no?
Hai una buona cera, l’aria è buona. Stai allegra. Tanti saluti!»
E se ne andò.
Al re disse che non aveva mai visto sua figlia tanto contenta.
Il principe in giallo
Invece la principessa, sempre sola in quella stanza, con le dame
di compagnia che non la guardavano, passava le giornate
tristemente affacciata alla finestra.
Stava affacciata con i gomiti puntati al davanzale, e le sarebbe
venuto un callo ai gomiti se non avesse pensato di metterci
sotto un cuscino. La finestra dava sul bosco, e la principessa
per tutto il giorno non vedeva altro che le cime degli alberi,
le nuvole, e giù il sentiero dei cacciatori.
Su quel sentiero passò un giorno il figlio d’un re.
Inseguiva un cinghiale, e passando vicino a quel castello che
sapeva da chissà quanti anni disabitato, scorse segni di vita:
panni stesi tra i merli, fumo dai camini, vetri aperti.
Stava così guardando, quando scorse a una finestra lassù una
bella ragazza affacciata, e le sorrise.
Anche la ragazza vide il principe vestito di giallo, con le uose
da cacciatore e la spingarda, che guardava in su e le sorrideva.
E anche lei gli sorrise.
Così restarono un’ora a guardarsi e a sorridersi, e anche a farsi
inchini e riverenze, perché la distanza che li separava non
permetteva altre comunicazioni.
L’indomani, quel figlio di re vestito di giallo, con la scusa di
andare a caccia, era di nuovo lì, e stettero a guardarsi per due ore.
E questa volta, oltre ai sorrisi, inchini e riverenze, si misero
anche una mano sul cuore e poi sventolarono a lungo i
fazzoletti.
Il terzo giorno il principe si fermò tre ore, e si mandarono anche
un bacio sulla punta delle dita.
Il quarto giorno era lì come sempre, quando da dietro un albero
fece capolino una vecchia masca e si mise a sghignazzare.
«Chi sei? Cos’hai da ridere?»
«Non si è mai visto due innamorati così stupidi,
da starsene tanto lontani!
«Sapessi come fare a raggiungerla…»
«Mi siete simpatici» disse la masca. «E vi aiuterò.»
Il libro
Bussato alla porta del castello, diede alle dame di compagnia
un vecchio librone in carta pecora e bisunto, dicendo che era
un suo regalo per la principessa, per passare il tempo leggendo.
Le dame lo portarono alla ragazza, che subito lo aprì.
«Attenta, con quelle dita! Sono un libro magico» disse il libro.
«Davvero?»
«Se volti le pagine nel senso giusto, l’uomo diventa uccello.
E se volti le pagine all’incontrario, l’uccello ridiventa uomo!»
«Meraviglia!»
La ragazza corse alla finestra, posò il libro sul davanzale, e
cominciò a voltare le pagine in fretta. Intanto guardava il giovane
vestito di giallo, in piedi in mezzo al sentiero.
Ed ecco che, da giovane vestito di giallo che era,
mosse le braccia, frullò le ali, ed era diventato un canarino.
Il canarino spiccò il volo, ed ecco era già più in alto delle cime
degli alberi. Eccolo che veniva verso di lei e si posava sul
cuscino del davanzale.
La principessa non resistette alla tentazione di prendere quel
bel canarino nel palmo della mano e baciarlo. Poi si ricordò che
era un giovane, e si vergognò. Ma quando se ne ricordò ancora,
non si vergognò più.
Quando volle farlo tornare un giovane come prima, riprese il libro,
lo sfogliò facendo scorrere le pagine all’incontrario.
Ed ecco… il canarino arruffava le penne gialle, frullava le ali,
muoveva le braccia, ed era di nuovo il giovane vestito di giallo,
con le uose da cacciatore, che si inginocchiava ai suoi piedi
dicendole: «Io ti amo.»
Quando si furono detti tutto il loro amore, era già sera.
La principessa lentamente cominciò a girare le pagine del libro.
Il giovane, guardandola negli occhi, ridiventò canarino.
Si posò sul davanzale, poi sulla gronda, poi si affidò al vento e
volò giù a grandi giri, andandosi a posare su un basso ramo d’albero.
Allora lei voltò le pagine all’incontrario, e il canarino tornò principe.
Il principe saltò a terra, fischiò ai cani, lanciò un bacio verso la
finestra e si allontanò per il sentiero.
Così ogni giorno il libro veniva sfogliato per far volare il principe
alla finestra in cima alla torre e risfogliato per rendergli forma
umana. Poi sfogliato ancora per farlo volare via, e risfogliato
perché tornasse a casa.
I due giovani non erano mai stati così felici.
Gli spilloni
Un giorno, la regina venne a trovare la figliastra. Fece un giro
per la stanza, sempre dicendo:
«Stai bene, sì? Ti vedo un po’ pallida, ma non è niente, vero?
Non sei mai stata così bene, no?»
Intanto si assicurava che tutto fosse al suo posto.
Aprì la finestra, guardò fuori, e giù sul sentiero vide il principe
vestito di giallo che s’avvicinava con i suoi cani.
«Se questa smorfiosa crede di fare la civetta alla finestra,
le darò una lezione» pensò.
Le chiese di andare a prendere un bicchiere d’acqua zuccherata,
poi in fretta si tolse cinque o sei spilloni dai capelli che aveva in
testa, e li piantò nel cuscino in modo che restassero con la
punta in su, ma non si vedessero spuntare.
«Così imparerà a starsene affacciata al davanzale.»
La ragazza tornò con l’acqua zuccherata.
«Non ho più sete, bevila tu. Io devo andare da tuo padre.
Hai bisogno di niente, no? Ad io allora, tanti saluti!»
E se ne andò.
Appena la carrozza della regina si fu allontanata, la ragazza girò
in fretta le pagine del libro: il principe si trasformò in canarino,
volò alla finestra e piombò come una freccia sul cuscino.
Subito si levò un altissimo pigolio di dolore. Le penne gialle si
erano tinte di sangue: il canarino s’era conficcato gli spilloni
nel petto. Si sollevò con un disperato annaspare d’ali, si affidò
al vento, calò giù a incerti giri, e si posò sul suolo ad ali aperte.
La principessa, spaventata, senza ancora rendersi ben conto di
cosa era successo, girò velocemente i fogli all’incontrario,
sperando che ritornandogli forma umana gli sarebbero
scomparse le trafitture. Il principe riapparve, grondante sangue
dalle profonde ferite che gli squarciavano sul petto il vestito giallo.
Si rovesciava a terra dal dolore, attorniato dai suoi cani.
La principessa, si rese quindi conto, che sfogliare il libro
non era bastato.
All’ululare dei cani sopraggiunsero gli altri cacciatori, lo
soccorsero e lo portarono via su una lettiga di rami, senza
nemmeno alzare gli occhi alla finestra della sua innamorata,
ancora atterrita dal dolore e dallo sgomento.
La quercia
Portato alla sua reggia, il principe non accennava a guarire, e i
dottori non sapevano portargli alcun sollievo. Le ferite non si
chiudevano, e continuavano a fargli male. Il re, suo padre, mise
bandi a tutti gli angoli delle strade, promettendo tesori a chi
sapesse il modo di guarirlo.
Ma non si trovava nessuno.
La principessa intanto si struggeva di non poter raggiungere
l’innamorato. Si mise a tagliare le lenzuola a strisce sottili, e ad
annodarle insieme in modo da farne una fune lunga lunga.
E con questa fune, una notte, si calò giù dall’altissima torre.
Prese a camminare per il sentiero dei cacciatori, ma tra il buio
fitto e gli urli dei lupi, pensò che era meglio aspettare il mattino.
Trovata una vecchia quercia dal tronco cavo, entrò e si accoccolò dentro,
addormentandosi subito, stanca morta com’era.
Si svegliò mentre era ancora notte fonda. Le pareva di aver
sentito un fischio. Tese l’orecchio, e sentì un altro fischio.
Poi un terzo, e un quarto. E vide quattro fiammelle di candela
che si avvicinavano. Erano quattro masche che venivano dalle
quattro parti del mondo, che si erano date convegno sotto
quell’albero. Da una spaccatura del tronco la principessa, non
vista, spiava le quattro vecchie con le candele in mano, che si
facevano grandi feste e sghignazzavano.
Accesero un falò ai piedi dell’albero e si sedettero a scaldarsi,
e a far arrostire un paio di pipistrelli per cena. Quando ebbero
mangiato, cominciarono a domandarsi cosa avevano visto di
bello nel mondo.
«Io ho visto il Sultano dei Turchi che s’è comprato venti mogli.»
«Invece io, ho visto l’imperatore dei Cinesi, che s’è fatto crescere
il codino di tre metri.»
«Io, ho visto il re dei Cannibali che s’è mangiato, per sbaglio,
il ciambellano.»
«Io ho visto il re qui vicino che ha il figlio ammalato e nessuno
sa il rimedio. Perché lo so solo io.»
«E qual è?» chiesero le altre masche.
«Nella sua stanza c’è una piastrella che balla. Basta alzare la
piastrella e lì si trova un’ampolla. Nell’ampolla c’è un unguento
che farebbe sparire tutte le ferite.»
La principessa, da dentro all’albero, stava per lanciare un grido
di gioia, ma dovette mordersi un dito per tacere.
Le masche ormai si erano dette tutto quello che avevano da
dirsi, e presero ognuna la sua strada.
Il dottore
La principessa saltò fuori dall’albero, e alla luce dell’alba si mise
in marcia verso la città. Alla prima bottega di rigattiere comprò
una vecchia roba da dottore e un paio di occhiali, e andò a
bussare al palazzo reale. I domestici, vedendo quel dottorino
male in arnese, non volevano lasciarla entrare.
Ma il re disse:
«Tanto male al mio povero figliolo non gliene può fare.
Peggio di come sta è impossibile. Fate provare anche a lui.»
Il finto medico chiese di essere lasciato solo col malato,
e gli fu concesso. Quando fu al capezzale dell’innamorato, che
gemeva privo di conoscenza nel suo letto, la principessa voleva
scoppiare in lacrime e coprirlo di baci. Ma si trattenne, perché
doveva in fretta seguire le prescrizioni della masca.
Si mise a camminare in lungo e in largo nella stanza, finché non
trovò una piastrella che ballava. Alzò la piastrella, e lì c’era
l’ampolla. Con l’unguento si mise a sfregare le ferite del principe:
bastava metterci sopra la mano un attimo, e le ferite sparivano.
Piena di contentezza, chiamò il re. E il re vide il figlio senza più
ferite, col viso tornato colorito, che dormiva tranquillo.
«Chiedetemi quel che volete» disse il re. «Tutte le ricchezze del
tesoro, dello stato, sono vostre, sono per voi.»
«Non voglio denari» disse il dottore. «Datemi solo lo scudo del
principe con lo stemma della famiglia, la bandiera del principe,
e il suo giubbotto giallo, quello trafitto e insanguinato.»
E avuti questi tre oggetti, se ne andò.
Il riconoscimento
Dopo tre giorni, il figlio del re era di nuovo a caccia. Passò sotto
il castello in mezzo al bosco, ma non alzò neppure gli occhi alla
finestra della principessa. Lei prese subito il libro, lo sfogliò, e il
principe, sebbene tutto contrariato, fu obbligato a trasformarsi
in canarino. Volò nella stanza, e la principessa lo trasformò in uomo.
«Lasciami andare!» disse il principe.
«Non ti basta avermi fatto trafiggere dai tuoi spilloni e avermi
causato tante sofferenze?»
Il principe aveva perso ogni amore per la ragazza, pensando
che lei fosse la causa della sua disgrazia.
La ragazza stava per svenire.
«Ma io ti ho salvato! Sono io che ti ho guarito!»
«Non è vero. Mi ha salvato un medico forestiero, che non ha
voluto altra ricompensa che il mio stemma, la mia bandiera e il
mio giubbotto insanguinato.»
«Ecco il tuo stemma, la tua bandiera, ed il tuo giubbotto.
Ero io il medico. Gli spilloni erano una crudeltà della mia matrigna.»
Il principe la guardò un momento negli occhi. Gli parve così bella.
Cadde ai suoi piedi chiedendole perdono, e dicendole tutta la
sua gratitudine e il suo amore.
Le nozze
La sera stessa disse a suo padre che voleva sposare la ragazza
del castello nel bosco.
«Tu devi sposare la figlia di un re o di un imperatore!» disse il padre.
«Io sposo la donna che mi ha salvato la vita.»
Si prepararono le nozze, con l’invito per tutti i re e le regine dei
dintorni. Venne anche il re padre della principessa, senza
saperne nulla. Quando vide venire avanti la sposa:
«Figlia mia!»
«Come?» disse il re padrone di casa.
«La sposa di mio figlio è vostra figlia? E perché non l’ha detto?»
«Perché» disse la sposa, «non mi considero più figlia di un uomo
che mi ha lasciato imprigionare dalla mia matrigna.»
E puntò l’indice contro la regina.
Il padre, a sentire tutte le disgrazie della figlia, fu preso dalla
commozione per lei e dallo sdegno per la sua perfida moglie.
Non aspettò di essere tornato a casa per farla arrestare.
Così le nozze furono celebrate con soddisfazione e
con letizia di tutti, tranne naturalmente, di quella sciagurata.