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Avventurosa

Il Gobbo Tabagnino, una fiaba di Italo Calvino

Da Italo Calvino

* Buon Compleanno Fiabe in Carrozza * Da La fola del Gob Tabagnein, Bologna (Coronedi-Berti) Diffusa in tutta Italia (come del resto in tutta Europa, specialmente nel Nord), questa fiaba

Ascolta la storia

Voce di Filippo Carrozzo
Fiabe in Carrozza
Fiabe in Carrozza
Il Gobbo Tabagnino, una fiaba di Italo Calvino
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Una fiaba popolare dalla raccolta “Fiabe Italiane” di Italo Calvino.
Un
un piccolo ciabattino sfida l’uomo selvatico in sei imprese .
Astuzia popolare contro forza bruta, nel filone di Pollicino e Jack.

Tabagnino e l’uomo selvatico

Il Gobbo Tabagnino era un povero ciabattino che non sapeva
come fare a tirare avanti, perché nessuno gli dava mai neanche
da risuolare una scarpa.
Così, un giorno, si mise a girare per il mondo in cerca di fortuna.

Quando fu sera e non sapeva dove andare a dormire, vide un
lumino in lontananza. Tenendo dietro al lumino, arrivò a una
casa e bussò. Aperse una donna, e lui le domandò alloggio.

«Ma questa» disse la donna, «è la casa dell’uomo selvatico, che
mangia tutti quelli che trova. Se vi faccio entrare, mio marito
mangerà anche voi.»

Il Gobbo Tabagnino la pregò e la supplicò, e la donna si mosse
a compassione, e gli disse:
«Entrate pure. E se vi accontentate, vi seppellirò sotto la cenere.»

Così fece. E quando arrivò l’uomo selvatico, cominciò a girare
per la casa tirando su dal naso e dicendo:
«Oh, oh! Qui c’è puzza di cristianucci! Ce n’è, ce n’è di stati,
ce n’è di rimpiattati.»

Sua moglie gli disse:
«Vieni a mangiare. Cosa vai a pensare ora?»

E gli servì una gran caldaia di maccheroni. Si misero a mangiare
maccheroni, marito e moglie. L’uomo selvatico fece una tale
scorpacciata che a un certo punto disse:

«Basta, io sono pieno e non ne mangio più. Questi che sono
avanzati, se c’è qualcuno in casa, dalli a lui.»
«C’è un povero ometto che mi ha domandato alloggio per
questa notte» disse la moglie.
«Se mi prometti di non mangiarlo, lo faccio uscire.»
«Fallo uscire pure.»

E la donna tirò fuori dalla cenere il Gobbo Tabagnino e lo fece
sedere a tavola. Davanti all’uomo selvatico, il povero gobbino,
tutto coperto di cenere, tremava come una foglia, ma si fece
coraggio e mangiò i maccheroni.

«Per stasera non ho più fame» disse l’uomo selvatico al gobbo.
«Ma domattina avverto: se non farete presto a scappare,
vi mangerò in un sol boccone.»

Così attaccarono a discorrere da buoni amici.
Il gobbo, che era furbo come il diavolo, cominciò a dirgli:

«Che bella coperta che avete sul letto.»
«È tutta ricamata d’oro e d’argento, e con la frangia tutta d’oro.»
«E quel comò?»
«Ah, ci sono dentro due sacchi di quattrini.»
«Quella bacchetta dietro al letto?»
«Serve per far venire il bel tempo.»
«E quella voce che si sente?»
«È un pappagallo, lo tengo nel pollaio; discorre come noi altri.»
«Ne avete di belle cose!»
«E non sono mica tutte qui: nella stalla ho una cavalla di una
bellezza mai vista, che corre come il vento.»

Dopo cena, la moglie riportò Tabagnino nel suo buco sotto la
cenere, e poi andò a dormire col marito.

Appena fu giorno, la donna andò a chiamare Tabagnino:
«Su, presto, scappate prima che si svegli mio marito.»

Il gobbo ringraziò la donna e andò via.

Il re del Portogallo

Girò e girò, finché arrivò al palazzo del re del Portogallo.
Chiese ospitalità. e il re lo volle vedere per farsi raccontare
la sua storia. Sentendo tutte le belle cose che aveva in casa
l’uomo selvatico, il re fu preso da una gran voglia, e disse a
Tabagnino:

«Sentimi bene. Tu potresti restare qui nel palazzo e fare tutto
quello che ti piacerà. Ma io voglio una cosa da te. Hai detto che
l’uomo selvatico ha una bella coperta ricamata d’oro e d’argento,
e con la frangia tutta d’oro? Ebbene: devi andare a prenderla e
portarmela. Se no, ne andrà della tua testa.»
«Ma come vuole che faccia, maestà? L’uomo selvatico mangia
tutti; è lo stesso che dice che mi manda alla morte.»
«Ah, questo non mi interessa. Pensaci tu, e arrangiati.»

La coperta d’oro

Il povero gobbo ci pensò su, e quando ebbe pensato bene,
andò dal re e gli disse:

«Sacra corona, mi dia un cartoccio pieno di calabroni vivi, che
siano a digiuno da sette o otto giorni, e io porterò la coperta.»

Il re mandò l’esercito ad acchiappare i calabroni, e li diede a
Tabagnino. «Eccoti questa bacchetta» gli disse.
«È fatata, e ti potrà venire buona: quando avrai da passare
dell’acqua, battila per terra e si aprirà. Anzi, intanto che tu vai
là, io andrò ad aspettarti in quel palazzo di là dal mare.»

Il gobbo andò alla casa dell’uomo selvatico, stette a origliare,
e capì che erano a cena. Si arrampicò alla finestra della camera
da letto, entrò, e si nascose sotto il letto.
Quando l’uomo selvatico e sua moglie andarono a letto e si
addormentarono, il gobbo cacciò il cartoccio pieno di calabroni
sotto le coperte e le lenzuola… e lo aprì.

I calabroni, sentendo quel bel calduccio, vennero fuori e si
misero a ronzare e a punzecchiare.
L’uomo selvatico cominciò ad agitarsi, buttò giù la coperta,
e il gobbo l’arrotolò sotto il letto. I calabroni s’arrabbiarono e si
misero a pungere a tutto andare.
L’uomo selvatico e sua moglie scapparono gridando.
Anche Tabagnino, quando fu solo, scappò, con la coperta
sotto il braccio.

Dopo un po’, l’uomo selvatico si affacciò alla finestra e chiese
al pappagallo che era nel pollaio:
«Pappagallo, che ora è?»
«È l’ora che il Gobbo Tabagnino ti porta via la sua bella coperta.»

L’uomo selvatico corse nella stanza e vide che la coperta non
c’era più. Allora prese la cavalla e via, al galoppo, finché non
vide il gobbo da lontano. Ma Tabagnino era già arrivato alla
riva del mare: batté per terra la bacchetta che gli aveva dato
il re, l’acqua si aprì e lo fece passare.
Appena fu passato si richiuse.
L’uomo selvatico, fermo sulla riva, si mise a gridare:
«O Tabagnino di tredici mesi, quando è che torni in questi
paesi? Ti voglio mangiare un dì di quest’anno, e se non ti
mangerò sarà mio danno!»

Al vedere la coperta, il re cominciò a saltare dall’allegria.
Ringraziò il gobbo, ma poi gli disse:

«Visto che sei stato bravo a portarmi via la coperta, saprai
portarmi anche la bacchetta che fa venire il bel tempo.»
«Ma come volete che faccia, sacra corona?»
«Pensaci bene. Se no la pagherai con la testa.»

La bacchetta del bel tempo

E il gobbo ci pensò. Poi chiese al re un sacchetto di noci.
Arrivò alla casa dell’uomo selvatico, stette ad ascoltare, e sentì
che andavano a letto. Si arrampicò sul tetto e cominciò a
buttare manciate di noci sulle tegole.

L’uomo selvatico, sentendo quel rumore:
«Sente che gran grandinata! Va’ subito a mettere sul tetto la
bacchetta, se no la grandine mi rovina il frumento.»

La donna si alzò, aperse la finestra, e mise la bacchetta sul
tetto dove c’era Tabagnino, pronto a prenderla e a scappar via.
Di lì a poco l’uomo selvatico si alzò, contento che avesse
smesso di grandinare, e andò alla finestra:
«Pappagallo, che ora è?»
«È l’ora che il Gobbo Tabagnino ti porta via la bacchetta.»

L’uomo selvatico prese la cavalla e via al galoppo dietro al
gobbo. Stava già per raggiungerlo sulla spiaggia, ma Tabagnino
batté la bacchetta, il mare si aprì e lo fece passare, e poi
si richiuse subito.

L’uomo selvatico gridò:
«O Tabagnino di tredici mesi, quand’è che torni in questi paesi?
Ti voglio mangiare un dì di quest’anno, e se non ti mangerò
sarà mio danno!»

Al vedere la bacchetta, il re non stava più nella pelle dall’allegria.
«Ma adesso devi andarmi a prendere le due borse di quattrini.»
E il gobbo ci pensò su.

I sacchi di quattrini

Poi si fece preparare degli arnesi da taglialegna, si cambiò di
abiti, si mise una barba finta, e andò dall’uomo selvatico con
un’accetta, dei cunei e una mazza.

L’uomo selvatico non aveva mai visto Tabagnino di giorno,
e poi lui, dopo un po’ di tempo di buoni pasti al palazzo del re,
era anche un po’ meno gobbo: non lo riconobbe.
Si salutarono.

«Dove andate?»
«Per legna.»
«Oh, qui nel bosco di legna ce n’è quanto ne volete.»

Allora Tabagnino prese i suoi arnesi e si mise a lavorare attorno
a una quercia grossissima. Ci piantò un cuneo, poi un altro, poi
un altro ancora, e prese a dargli colpi di mazza.
Poi cominciò a impazientirsi, facendo finta che gli si fosse
incastrato un cuneo.

«Non v’arrabbiate» disse l’uomo selvatico. «Ora vi do una mano.»

E ficcò le mani nell’apertura del tronco, per vedere se tenendola
larga si poteva spostare quel cuneo. Allora Tabagnino, con un
colpo di mazza, fece saltare via tutti i cunei. E lo spacco del
tronco si richiuse sulle mani dell’uomo selvatico.

«Per carità, aiutatemi!» cominciò a urlare. «Correte a casa mia,
fatevi dare da mia moglie quei due grossi cunei che abbiamo,
e liberatemi.»

Tabagnino corse a casa dalla donna e le disse:
«Presto, vostro marito vuole che mi diate quei due sacchi di
quattrini che sono lì nel comò.»
«E come faccio a darveli?» disse la donna.
«Abbiamo da comprare della roba. Fosse uno, ma tutti e due!»

Allora Tabagnino aprì la finestra e gridò:
«Gliene devo dare uno o tutti e due?»
«Oh, tutti e due, presto!» urlò l’uomo selvatico.
«Avete sentito? Ed è anche arrabbiato» disse Tabagnino.
Prese i sacchi e scappò via.

L’uomo selvatico, dopo molti sforzi, riuscì a cavar fuori le mani
dal tronco, lasciandoci un bel po’ di pelle, e tornò a casa.

«Ma perché mi hai fatto dare via i due sacchi di quattrini?»
E la moglie, scoppiando in pianto, capì il trucco.
Il marito avrebbe voluto sprofondare.
Andò dal pappagallo:

«Pappagallo, che ora è?»
«L’ora che il Gobbo Tabagnino vi sta portando via
i due sacchi di quattrini.»

Ma stavolta l’uomo selvatico era troppo pieno di dolori per
corrergli dietro, e si contentò di mandargli una maledizione.

La cavalla

Il re volle che Tabagnino andasse a portar via anche la cavalla
che correva come il vento.

«E come faccio? La stalla è chiusa a chiave, e la cavalla ha
tanti sonagli appesi ai finimenti.»

Ma poi ci pensò su, e si fece dare una lesina e un sacchetto di
bambagia. Con la lesina fece un buco nella parete di legno
della stalla, e riuscì a ficcarsi dentro.
Poi cominciò a dare delle punzecchiature di lesina alla pancia
della cavalla. La cavalla scalciava, e l’uomo selvatico,
dal letto, sentiva il rumore e diceva:

«Povera bestia, sarà ammalata stasera. Non vuol star quieta.»

E Tabagnino, dopo un po’, un’altra punzecchiatura con la lesina.
L’uomo selvatico si stancò di sentir scalciare la cavalla.
Andò in stalla, la fece uscire e la legò fuori all’aperto.
Poi tornò a dormire.

Il gobbo, che era nascosto al buio nella stalla, tornò fuori dal
buco di prima, e con la bambagia riempì i sonagli della cavalla,
e le fasciò gli zoccoli.
Poi la slegò, montò in sella, e galoppò via in silenzio.

Di lì a poco, l’uomo selvatico come al solito si svegliò e andò
alla finestra:

«Pappagallo, che ora è?»
«È l’ora che il Gobbo Tabagnino ti porta via la cavalla.»

L’uomo selvatico avrebbe voluto inseguirlo, ma la cavalla
la aveva Tabagnino, e chi lo pigliava più.

Il re, tutto contento di sé:
«Adesso voglio anche il pappagallo.»
«Ma il pappagallo parla e grida!»
«Pensaci tu.»

Il pappagallo

Il gobbo si fece dare due zuppe inglesi, una più buona dell’altra,
poi confetti, biscotti e tutti i generi di dolci. Mise tutto in una
sporta, e andò.

«Guarda, pappagallo, cosa ho per te.
Sempre di queste avrai, se vieni con me.»
Il pappagallo mangiò la zuppa inglese e disse: «Buona!»

Così, a furia di zuppa inglese, biscottini, confetti e caramelle,
Tabagnino se lo portò via con sé. E quando l’uomo selvatico
andò alla finestra:
«Pappagallo, che ora è? Dico, che ora è? Mi senti? Che ora è?»
Corse nel pollaio e lo trovò vuoto.

Al palazzo del re, quando Tabagnino arrivò col pappagallo,
ci fu gran festa.

«Adesso, che hai fatto tutto questo» disse il re,
«non ti resta che fare l’ultima cosa.»
«Ma non c’è più niente da prendere» disse il gobbo. «E come?»
«Furbacchione, c’è il pezzo più grosso: portami l’uomo selvatico.»
«Proverò, sacra corona. Basta che mi faccia un abito che non
si veda la gobba, e che mi faccia cambiare connotati.»

La cassa

Il re chiamò i più bravi sarti e parrucchieri, e gli fece fare dei
vestiti che non si riconosceva più, e poi una parrucca bionda
e due bei baffi. Così truccato, il gobbo andò dall’uomo selvatico,
e lo trovò in un campo che lavorava.
Lo salutò cavandosi il cappello.

«Cosa cercate?»
«Sono il fabbricante di casse da morto» disse Tabagnino.
«E cerco delle assi per la cassa del Gobbo Tabagnino.»
«Che è morto?»
«Ah, è morto.»
«È crepato finalmente!» disse l’uomo selvatico.
«Sono tanto contento che le assi ve le darò io. E potete
fermarvi qui a fare la cassa.»
«Volentieri» disse il gobbo. «Ma c’è solo un inconveniente:
che qui non posso prendere le misure del morto.»
«Se non è che per questo» disse l’uomo selvatico,
«quel birbone era pressappoco della mia statura.
Prendete la mia misura.»

E Tabagnino si mise a segare le assi e a inchiodare.
Quando la cassa fu pronta, disse:

«Ecco, adesso proviamo se è della grandezza giusta.»
L’uomo selvatico ci si sdraiò dentro.
«Ehm, proviamo il coperchio.»
Ci mise sopra il coperchio e lo inchiodò.
Poi prese la cassa e la portò al re.

Vennero tutti i signori dei dintorni, misero la cassa in mezzo a
un prato e le diedero fuoco. Poi ci fu una gran festa, perché il
regno era stato liberato da quel mostro.
Il re nominò Tabagnino suo segretario, e sempre lo tenne in
grande onore.

Stretta la foglia,
larga la via
voi dite la vostra,
che io ho detto la mia.

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