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Copertina della fiaba audio Il braccio di morto, fiaba italiana raccolta da Italo Calvino. fiabe del trentino. Fiabe in Carrozza - Podcast Prodotto da Mentesauri
  • Fiabe in Carrozza
9+ anni
10-15 minuti
Avventurosa

Il braccio di morto, fiaba del Trentino di Italo Calvino

Da Italo Calvino

Una storia macabra montanara dalla raccolta "Fiabe Italiane" di Italo Calvino. Una veglia al cimitero, ossa di morti giocate come birilli e un braccio incantato contro tre stregoni dal naso

Ascolta la storia

Voce di Filippo Carrozzo
Fiabe in Carrozza
Fiabe in Carrozza
Il braccio di morto, fiaba del Trentino di Italo Calvino
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Una storia di coraggio e paura.
Raccontata da Italo Calvino in “Fiabe Italiane“
Per chi ama il brivido controllato della tradizione popolare del Trentino.

La veglia al cimitero

C’era l’usanza che, quando moriva un fratello, la sorella doveva vegliarlo
per tre notti vicino alla tomba al cimitero.
E quando moriva una sorella, doveva vegliarla il fratello.

Morì una ragazza,
e suo fratello, un ragazzo grande e grosso, che non aveva paura di nulla,
andò al cimitero a vegliarla.
Quando suonò mezzanotte, dalle tombe uscirono tre morti e gli chiesero:

«Resti a giocare con noi?»
«Perché no, ma dove volete giocare?»
«Noi giochiamo nella chiesa.»

La prima notte: i birilli con le ossa

Entrarono in chiesa.
I tre morti lo condussero giù in una cripta sotterranea, piena di casse
da morto mezzo marce e di mucchi di ossa umane alla rinfusa.
Presero delle ossa e un cranio e risalirono in chiesa.
Misero le ossa per terra.

«Ah, questi sono i nostri birilli» dissero i morti.
«E questo cranio è la nostra palla.»

E cominciarono a giocare a birilli.

«Ci stai a giocare a soldi?» domandarono.
«Sì che ci sto.»

Il giovanotto si mise a giocare ai birilli col teschio e le ossa.
Ed era molto bravo: vinceva sempre lui, e guadagnò tutti i soldi dei morti.
Quando furono rimasti senza un soldo, riportarono palla e birilli nella cripta
e se ne tornarono alle loro tombe.

La seconda notte: anelli e denti d’oro

La seconda notte i morti volevano la rivincita,
e si giocarono gli anelli e i denti d’oro. E vinse ancora il giovane.

La terza notte: il dono del braccio di morto

La terza notte fecero ancora una partita e poi gli dissero:

«Ci hai vinto di nuovo, e non abbiamo più niente da darti.
Ma i debiti di gioco vanno pagati subito. Ti diamo questo braccio di morto.
È un po’ secco ma ben conservato, e ti servirà meglio di una spada.
Qualsiasi nemico tu tocchi con questo braccio, luio lo afferrerà per il petto
e lo spingerà a terra, morto cadavere.
Anche se il tuo nemico sarà un gigante.»

I morti se ne andarono e lasciarono il giovanotto con quel braccio in mano.
L’indomani portò a suo padre il denaro e l’oro guadagnati ai birilli, e gli disse:

«Caro padre, voglio andare per il mondo a cercarmi la fortuna.»

Il padre gli diede la sua benedizione, e il giovanotto se ne andò,
col braccio di morto nascosto sotto il mantello.

La città in lutto

Arrivò in una grande città. I muri delle case erano tappezzati di stoffa nera,
e la gente vestiva a lutto. Anche le carrozze e i cavalli erano a lutto.
Domandò a un passante:

«Qui è accaduto qualcosa?»

E questi, indignato, gli disse:

«Devi sapere che vicino a quella montagna c’è un castello nero,
abitato da stregoni. Questi stregoni vogliono che ogni giorno gli si mandi
una creatura umana, che entra nel castello e non torna più.
Prima hanno voluto le ragazze, e il re ha dovuto mandare tutte le cameriere,
le massaie, le fornaie e le tessitrici.
Poi tutte le damigelle della corte e tutte le dame.
Pochi giorni fa anche la sua unica figlia. E nessuno ha fatto più ritorno.
Ora il re manda i soldati, a tre a tre, per vedere se possono difenderci.
Ma nessuno torna più. Se qualcuno riuscisse a liberarci dagli stregoni,
diventerebbe il padrone della città.»

«Voglio provare io» disse il giovane. E si fece subito presentare al re.

«Maestà, voglio andare io da solo al castello.»

Il re lo guardò bene in viso.

«Se sopravvivi e liberi mia figlia, te la darò in moglie. Erediterai il mio regno.
Basta che tu riesca a passare tre notti al castello e l’incantesimo sarà rotto.
E così, gli stregoni, finalmente spariranno.
Sui merli del castello c’è un cannone:
se la mattina sei ancora vivo, spara un colpo.
Dopodomani mattina sparane due.
Il terzo mattino sparane tre.»

Il castello degli stregoni

Quando si fece sera, il giovanotto andò al castello nero, col braccio di morto
sotto il mantello. Salì le scale ed entrò in una sala.
C’era un gran tavolo apparecchiato, carico di vivande, ma le sedie avevano
la spalliera voltata verso il tavolo.
Lasciò tutto com’era, andò in cucina, accese il fuoco, e si sedette vicino al
focolare tenendo il braccio di morto in mano.

La prima notte: tre stregoni

A mezzanotte sentì delle voci nel camino che gridavano:

«Ne abbiamo uccisi tanti, ed ora tocca a te!
Ne abbiamo uccisi tanti, ed ora tocca a te!»

E tonfete! dal camino calò uno stregone.
E tonfete! — ne calò un secondo.
E tonfete! — un terzo.
Tutti con facce brutte da far paura, dei nasi lunghi lunghi che si piegavano
per aria come braccia di polpi, e che cercavano di abbarbicarsi alle mani e alle gambe del giovane.

Lui capì che soprattutto doveva guardarsi da quei nasi,
e si mise a difendersi col braccio di morto, come facesse della scherma.
Toccò col braccio di morto uno stregone sul petto: e niente.
Ne toccò un altro sulla testa: e niente.
Al terzo, lo toccò sul naso, e la mano di morto afferrò il naso, e gli diede un
tale strattone che lo stregone morì.

Il giovanotto capì che il naso degli stregoni era pericoloso, sì,
ma era anche il loro punto debole.
Si mise a mirare al naso.
Il braccio di morto afferrò per il naso anche il secondo e l’ammazzò,
e così fece col terzo.

Il giovanotto si fregò le mani e andò a dormire.
Al mattino salì sui merli e sparò il cannone.
Dal villaggio, dove tutti erano in ansia per lui,
si vide un grande agitare di fazzoletti listati a lutto.

La seconda notte: sei stregoni

Quando la sera entrò di nuovo nella sala, trovò già una parte delle sedie
voltate e messe nella posizione giusta. Dalle altre porte entrarono dame e
damigelle tristi e vestite a lutto, e gli dissero:

«Resistete, per carità, liberateci!»

Poi si sedettero a tavola e mangiarono.
Dopo cena se ne andarono tutte con grandi riverenze.
Lui andò in cucina, si sedette sotto il camino e aspettò la mezzanotte.
Quando batté il dodicesimo tocco, si sentirono di nuovo le voci:

«Ci hai ucciso tre fratelli, ed ora tocca a te!
Ci hai ucciso tre fratelli, ed ora tocca a te!»

E tonfete, tonfete, tonfete!
Tre stregoni dal lungo naso piombarono giù dal camino.
Il giovanotto, brandendo il braccio di morto, non ci mise molto ad afferrarli
per il naso e a stenderli cadaveri tutti e tre.

Alla mattina sparò due cannonate.
Giù al paese si vide agitarsi tanti fazzoletti bianchi:
si erano tolti la lista nera di lutto.

La terza notte: la pioggia di stregoni

La terza sera trovò che le sedie voltate nella sala erano ancora di più.
E le giovani in nero entrarono ancora più numerose della sera prima.

«Resisti! Solo oggi ancora e ci libererai tutte!»

Poi mangiarono con lui, e se ne andarono di nuovo.
Lui si sedette al solito posto in cucina.
A mezzanotte le voci che si misero a gridare dal camino parevano un coro:

«Ci hai ucciso sei fratelli, ed ora tocca a te!
Ci hai ucciso sei fratelli, ed ora tocca a te!»

E tonfete, tonfete, tonfete, tonfete, tonfete, tonfete!
venne giù una pioggia di stregoni che non finiva più!
tutti coi lunghi nasi tesi avanti.
Ma il giovanotto mulinava il braccio di morto:
tanti ne venivano, tanti ne ammazzava.
E senza sforzo, perché bastava che quella manaccia rinsecchita li pigliasse
sul naso ed erano cadaveri.

Così se ne andò a dormire proprio soddisfatto.
E appena il gallo cantò, tutto nel castello tornò a vivere.

Le nozze e la festa

Un corteo di signorine e nobildonne, con i vestiti a strascico,
entrò in cucina a ringraziarlo e riverirlo.
Nel bel mezzo del corteo avanzava la principessa.
Giunta di fronte al giovane, gli gettò le braccia al collo e disse:

«Voglio che tu sia il mio sposo.»

A tre a tre entrarono i soldati liberati e fecero il presentat’arm.
Salito sui merli del castello, sparò tre colpi di cannone.

Si sentì tuonare il cannone giù al paese, e si vide un agitarsi di fazzoletti
gialli, verdi, rossi, azzurri. Ed ecco un suonare di trombe e di gran casse.

Il giovanotto scese dalla montagna col corteo della gente liberata,
ed entrò in paese. I drappi neri erano scomparsi, e non si vedevano che
bandiere e nastri colorati che si agitavano al vento.
C’era il re ad aspettarli, con la corona tutta infiorata.

Lo stesso giorno furono celebrate le nozze,
e fu una festa così grande che se ne parla ancora.

Temi

  • Coraggio, Magia, Paura

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