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Copertina della fiaba audio Gràttula Beddàttula, fiaba italiana raccolta da Italo Calvino. Cenerentola siciliana. Fiabe in Carrozza - Podcast Prodotto da Mentesauri
  • Fiabe in Carrozza
6-8 anni
15+ minuti
Classica

Gràttula Beddàttula, la Cenerentola siciliana

Da Italo Calvino

Raccolta da Italo Calvino: una variante mediterranea di Cenerentola. Datteri, pozzi magici e balli a palazzo. Dalla tradizione popolare di Palermo; raccontata da Agatuzza Messia.

Ascolta la storia

Voce di Filippo Carrozzo
Fiabe in Carrozza
Fiabe in Carrozza
Gràttula Beddàttula, la Cenerentola siciliana
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Una variante mediterranea di Cenerentola.
Raccolta da Italo Calvino dalla voce di Pitré.
Raccontata in origine dalla narratrice palermitana Agatuzza Messia.

Le tre figlie del mercante

C’era una volta un mercante con tre figlie grandicelle.
La prima Rosa, la seconda Giovannina e la terza Ninetta, la più bella di tutte.
Un giorno al mercante capitò un gran commercio, e tornò a casa pensieroso.

«Che avete, papà?» chiesero le ragazze.
«Niente, figlie mie. Mi capita una gran mercanzia,
ma non posso andarci per non lasciarvi sole.»
«Vossignoria si confonde?» disse la maggiore.
«Vossignoria faccia la provvista per tutto il tempo che ha da restare lontano.
Faccia murare le porte con noi dentro. E ci rivedremo quando piace a Dio.»

Così fece il mercante.
Provvide cose da mangiare in quantità, e diede ordine a uno dei servi
che ogni mattina chiamasse dalla strada la figlia maggiore
e le facesse le commissioni.

Salutandole, chiese:
«Rosa, cosa vuoi che ti porti?»
«Un vestito color del cielo.»
«E tu, Giovannina?»
«Un vestito color di diamante.»
«Tu, Ninetta?»
«Io voglio che Vossignoria mi porti un bel ramo di datteri in un vaso d’argento.
E se non me lo porta:
che il bastimento non possa più andare né avanti né indietro.»
«Sciagurata!» le dissero le sorelle.
«Ma non sai che puoi mandare a tuo padre un incantesimo?»
«Ma no» disse il mercante,
«non ve la prendete con lei: è piccola, e si deve lasciar dire.

Il ramo di datteri

Il mercante partì e sbarcò al posto propizio.
Fece quel gran negozio, e poi pensò a comprare il vestito per Rosa e quello
per Giovannina. Ma del ramo di datteri per Ninetta si dimenticò.

Quando si imbarcò e si trovò in mezzo al mare, arrivò una terribile tempesta.
Saette, lampi, tuoni, acqua, marosi.
Il bastimento non poteva andare più né avanti né indietro.
Il capitano si disperava.
Allora il mercante, ricordandosi dell’incantesimo della figlia, disse:
«Capitano, mi sono dimenticato di fare una commissione.
Se vogliamo salvarci, voltiamo il timone.»

Appena voltarono il timone il tempo cambiò, e tornarono al porto.
Il mercante scese, comprò il ramo di datteri, lo piantò in un vaso d’argento e
tornò a bordo. I marinai alzarono le vele, e in tre giorni di viaggio tranquillo
il bastimento arrivò a destinazione.

Il pozzo

Intanto, mentre il mercante era via,
le tre ragazze stavano nella casa con le porte murate.
Non mancava loro niente: avevano anche un pozzo dentro il cortile,
così che potevano sempre prendere l’acqua.
Accadde che un giorno alla maggiore cadde il ditale nel pozzo.

«Non vi angosciate, sorelle» disse Ninetta.
«Calatemi nel pozzo e vi ripiglio io il ditale.»
«Scendere nel pozzo, scherzi?» le disse la maggiore.
«Sì, voglio scendere a ripigliarlo.»
E le sorelle la calarono.

Il ditale galleggiava sul pelo dell’acqua, e Ninetta lo prese.
Ma rialzando il capo vide un pertugio nella parete del pozzo.
Tolse un mattone, e vide di là un bel giardino con ogni sorta di fiori,
alberi e frutti.; si aprì un varco spostando i mattoni, e si infilò nel giardino.
Lì i migliori fiori e i migliori frutti erano tutti per lei.
Se ne riempì il grembiule, rifece capolino in fondo al pozzo,
rimise a posto i mattoni e gridò alle sorelle:
«Tiratemi su!»
E se ne tornò su fresca come una rosa.

Le sorelle la videro riemergere dalla bocca del pozzo
con il grembiule pieno di gelsomini e ciliegie.
«Dove le hai prese, tante belle cose?»
«Che ve ne importa? Domani mi calate di nuovo, e prendiamo il resto.»

Il giardino del Rèuzzo

Quel giardino era il giardino del Rèuzzo del Portogallo.
Quando vide saccheggiate le sue aiuole,
il Rèuzzo cominciò a scagliare lampi e saette contro il povero giardiniere.
«Ma io non c’entro niente, come può essere?» continuava a dire il giardiniere.
Ma il Rèuzzo gli ordinò di stare più in guardia, se no guai per lui.

L’indomani Ninetta era già pronta per scendere nel giardino. Disse alle sorelle:
«Ragazze, calatemi.»
«Ma è la terza volta! Non sono né pazza né ubriaca.»
«Calatemi.»
E la dovettero calare.
Spostò i mattoni e scese nel giardino: fiori, frutti, una bella grembiulata. E poi:
«Tiratemi su!»

Ma mentre se ne andava,
il Rèuzzo si era affacciato alla finestra e la vide saltar via come una leprotta.
Corse in giardino, ma era già scappata. Chiamò il giardiniere:
«Quella ragazza, da dove è passata?»
«Quale ragazza, Maestà?»
«Quella che coglie i fiori e i frutti del mio giardino!»
«Io non ho visto niente, Maestà, lo giuro.»
«Bene. Domani mi metterò di posta io.»

E infatti, l’indomani, nascosto dietro una siepe, vide la ragazza far capolino tra
i mattoni, entrare, riempirsi il grembiule di fiori e frutti fino al petto, saltar fuori.
Fece per afferrarla, ma lei svelta come un gatto saltò nel buco del muro,
lo chiuse con i mattoni, ed era sparita.
Il Rèuzzo guardò il muro da tutte le parti,
ma non riuscì a trovarli, quei mattoni che si muovevano.
Aspettò l’indomani. Aspettò un altro giorno…

Ninetta, spaventata di essere stata scoperta, non si fece più calare nel pozzo.
Al Rèuzzo quella ragazza era parsa bella come una fata.
Non ebbe più pace.
Cadde ammalato, e nessuno dei medici del regno ci capiva niente

I tre balli a palazzo

Il re fece un consulto con tutti i medici sapienti e i filosofi.
Parla questo, parla quello, all’ultimo fu data la parola a un Barbasavio.
«Non chiedete a vostro figlio…» disse il Barbasavio
«…se ha qualche simpatia per una giovane? Perché allora tutto si spiega.»

Il re fece chiamare il figlio e gli domandò. E il figlio gli raccontò tutto:
che se non sposava quella ragazza, non poteva trovare pace.
«Bene» disse il Barbasavio. «Fate tre giorni di feste a palazzo.
Fate gridare un bando: che tutti i padri e tutte le madri di ogni condizione
vi portino le loro figlie, pena la vita.»
Il re approvò e proclamò il bando.

Intanto il mercante era tornato dal viaggio, aveva fatto smurare le porte
e aveva consegnato i vestiti a Rosa e a Giovannina,
e a Ninetta il ramo di datteri nel vaso d’argento.
Rosa e Giovannina non vedevano l’ora che ci fosse un ballo,
e si misero a cucire i loro vestiti.
Ninetta invece se ne stava chiusa col suo ramo di datteri,
e non pensava a feste né a balli.
Il padre e le sorelle dicevano che era matta.

Quando fu gridato il bando, il mercante andò a casa e lo disse alle figlie.
«Che bello, che bello!» dissero Rosa e Giovannina.
Ma Ninetta alzò le spalle. «Andateci voi, che io non ne voglio sapere.»
«Eh, no, figlia mia» disse il padre.
«C’è la pena di morte: con la morte non si scherza.»
«E io che c’entro?» disse Ninetta
«Chi volete che sappia che avete tre figlie? Fate conto di averne due.»

«Sì che devi venire.»
«No che non ci vengo.»
«Sì che devi venire.»
«No che non ci vengo.»

La sera della prima festa Ninetta restò a casa.

Appena le sorelle furono uscite si rivolse al suo ramo di datteri:
«Dattero, bel dattero, sali su e vesti Nina, falla più bella di come era prima»
A quelle parole, dal ramo di datteri uscì una fata.
Poi un’altra fata, e tante, tante fate ancora.
E tutte portavano vestiti e gioielli senza uguale.
Si misero intorno a Ninetta: chi la lavava, chi la pettinava, chi la vestiva.
In un momento l’ebbero vestita di tutto punto, con le sue collane,
i suoi brillanti e le sue pietre preziose.
Quando fu un pezzo d’oro dalla testa ai piedi, salì in carrozza, andò a palazzo,
salì le scale, e fece restare tutti a bocca aperta.

Il Rèuzzo la riconobbe e corse subito dal padre per dirglielo.
Poi venne da lei, le fece la riverenza, e le chiese:
«Come state, signora?»
«Come state d’inverno.»
«Come vi chiamate?»
«Col mio nome.»
«E dove state?»
«Nella casa con la porta.»
«In che strada?»
«Nella stradina col polverone.»
«Signora, voi mi fate molte burle.»
«E voi fatene pure, e fatele gentilmente.»

Conversando così, ballarono tutta la sera, fino a lasciare il Rèuzzo senza fiato,
mentre lei era sempre fresca come una rosa.
Finita la festa, il re — preoccupato per il figlio — senza farsi accorgere,
diede ordine ai suoi servitori di seguire la signora per vedere dove stava.
Lei salì in carrozza, ma quando si accorse di essere seguita
si sciolse le trecce, e caddero sul selciato perle e pietre preziose.
I servitori, come galline sul becchime, si buttarono sulle perle, e…
«addio signora!».
Ninetta fece frustare i cavalli e sparì.

Arrivò a casa prima delle sorelle e disse:
«Dattero, bel dattero, scendi giù e spoglia Nina,
falla tale e quale come era prima.»

E si ritrovò spogliata, vestita con le solite vesti.

Tornarono le sorelle:
«Ninetta, Ninetta, sapessi che bella festa!
C’era una bella signora che un po’ ti rassomigliava:
se non avessimo saputo che eri qua, l’avremmo scambiata per te.»
«Sì, sì, io ero qui con i miei datteri.»
«Ma domani sera devi venire, sai?»

Intanto i servitori del re tornarono a palazzo a mani vuote.
Il re andò in furia: per un po’ di quattrini avevano tradito gli ordini.
«Se domani sera non la seguite fino a casa, guai a voi.»

Neanche la sera dopo Ninetta volle andare al ballo con le sorelle.
«Questa diventa matta col suo ramo di datteri» dissero le sorelle. «Andiamo!»
E se ne andarono.
Ninetta si rivolse subito al ramo:
«Dattero, bel dattero, sali su e vesti Nina, falla più bella di com’era prima.»
E le fate la pettinarono, la vestirono con abiti di gala e la coprirono di gioielli.
A palazzo tutti a guardarla con tanto d’occhi, specialmente le sorelle e il padre.
Il Rèuzzo le fu subito vicino.
«Signora, come state?»
«Come state d’inverno.»
«Come vi chiamate?»
«Col mio nome.»
E così via. Il Rèuzzo non se la prendeva e l’invitò a ballare.
Ballarono tutta la sera.

«Madonna mia,» diceva una sorella all’altra, «quella è Ninetta sputata!»
Mentre il Rèuzzo l’accompagnava alla carrozza, il re fece segno ai servitori.
Quando si vide seguita, Ninetta tirò una manciata di monete d’oro:
ma stavolta li tirò in faccia ai servitori,
e a chi ammaccò il naso, a chi tappò un occhio…
Così fece perdere le tracce della carrozza e li fece tornare a palazzo
con le gambe ammaccate, tanto che il re ne ebbe pietà.
Ma disse:
«Domani sera, è l’ultimo ballo.
In un modo o nell’altro bisogna sapere qualcosa.»
Intanto Ninetta diceva al suo ramo:
«Dattero, bel dattero, scendi giù e spoglia Nina,
falla tale e quale come era prima.»

Le sorelle, arrivando, le raccontarono ancora di come le rassomigliasse
quella signora così ben vestita e ingioiellata.

La terza sera tutto come prima.
Ninetta andò a palazzo così bella e splendente come non era mai stata.
Il Rèuzzo ballò con lei ancora più a lungo,
e si squagliava da innamorato come una candela.
Ma a un certo punto Ninetta volle andarsene.

Il matrimonio

Chiamata al cospetto del re, tutta tremante andò, e gli fece l’inchino.
«Ragazza, mi hai preso in giro per due sere, ma alla terza non ci riuscirai.»
«Ma cosa ho mai fatto, Maestà?»
«Hai fatto che mio figlio si consuma per te. Non credere di sfuggire.»
«E quale sentenza mi aspetta?»
«La sentenza che diventerai la moglie del Rèuzzo.»
«Maestà, io non ho la mia libertà. Ho un padre e due sorelle maggiori.»
«Si chiami il padre.»

Il povero mercante, quando si sentì chiamare dal re, pensò:
chiamata da re, tanto buona non è.
Gli venne la pelle d’oca, perché aveva parecchi imbrogli sulla coscienza.
Ma il re gli fece grazia di ogni sua mancanza, e gli chiese la mano di Ninetta.
L’indomani aprirono la cappella reale per le nozze del Rèuzzo e di Ninetta.

Loro restarono felici e contenti, e noi qua che ci freghiamo i denti…

Temi

  • Famiglia, Magia

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