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Barbablù, la fiaba di Perrault tradotta da Carlo Lorenzini - Fiabe in Carrozza - Podcast Prodotto da Mentesauri
  • Fiabe in Carrozza
9+ anni
10-15 minuti
Classica

Barbablù, di Perrault tradotta da Collodi

Da Carlo Collodi, Charles Perrault

La fiaba di Barbablù di Charles Perrault, nella traduzione italiana di Carlo Lorenzini — il padre di Pinocchio. Una storia cupa di mogli scomparse, stanze proibite e una chiave macchiata

Ascolta la storia

Voce di Filippo Carrozzo
Fiabe in Carrozza
Fiabe in Carrozza
Barbablù, di Perrault tradotta da Collodi
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La fiaba di Barbablù di Charles Perrault,
traduzione italiana di Carlo Lorenzini.
 Il classico più nero della tradizione francese, in versione integrale.
Per bambini coraggiosi dai 9 anni.

 

La barba blu

 

C’era una volta un uomo che aveva palazzi e ville principesche,
stoviglie d’oro e d’argento, mobili di lusso intarsiati e carrozze
tutte dorate dentro e fuori.
Ma questo uomo, per sua disgrazia, aveva la barba blu.
E questo lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era
donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo non fuggisse
a gambe levate dalla paura.

Fra le sue vicine c’era una gran dama che aveva due figlie,
belle come raggi di sole. E gliene chiese una in moglie, lasciando
alla madre la scelta. Ma le ragazze non volevano saperne, e se
lo palleggiavano l’una all’altra, perché nessuna delle due voleva
sposare un uomo che aveva la barba blu.
La cosa che più di tutto faceva loro ribrezzo, era che questo
uomo aveva già sposato diverse donne, e di queste non si era
più saputo niente…

Le nozze

Fatto sta che Barbablù, per entrare in relazione con le due
ragazze, le portò insieme alla madre, a tre o quattro delle loro
amiche e in compagnia di alcuni giovanotti del vicinato,
in una sua villa, dove si trattennero per otto giorni.

E lì fu tutta una serie di passeggiate, partite di caccia e di pesca,
balli, festini, merende. Nessuno trovò il tempo per chiudere un
occhio, perché passavano le nottate a farsi tra loro burle e scherzi.
Insomma, le cose presero una così buona piega, che la figlia
minore finì per persuadersi che il padrone della villa non aveva
poi la barba tanto blu, e che era una persona per bene.

Tornati dalla campagna, si celebrarono le nozze.

Le chiavi

Di lì a un mese, Barbablù disse a sua moglie che per un affare
di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a
restare lontano almeno per sei settimane.
La pregò di stare allegra durante la sua assenza, di invitare le
sue amiche del cuore e di portarle in campagna, se le avesse
fatto piacere. In una parola, doveva comportarsi come una
regina nella sua reggia.


Prima di partire le disse:

«Ecco le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quella dei piatti
d’oro e d’argento, che non vanno in uso tutti i giorni; ecco quella
dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete; ecco quella
degli astucci, dove ci sono i gioielli e gli ornamenti di pietre
preziose. Ecco la chiave comune che serve per aprire tutti
gli appartamenti.»

Si interruppe un istante, poi sollevò l’ultima chiave di fronte ai
suoi occhi e le disse:

«Quanto a quest’altra piccola chiave, è quella della stanzina
che c’è in fondo al grande corridoio del piano terreno.
Siete padrona di aprire tutto, di andare dappertutto.
Ma vi proibisco di entrare in quella stanzina.
E ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per
disgrazia di aprirla, potete aspettarvi di tutto dalla mia collera.»

La moglie promise che avrebbe obbedito ai suoi ordini,
e Barbablù, dopo averla abbracciata, montò in carrozza
e partì per il suo lungo viaggio.

La stanza proibita

Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate per
andare dalla sposa novella, tanto morivano dalla voglia di
vedere tutte le magnificenze del suo palazzo.
Non si erano infatti arrischiate ad andarci prima, quando c’era
sempre il marito, per quella sua barba blu che faceva loro paura.
Appena arrivate, si misero subito a scorrazzare per le sale, per
le camere e per le gallerie, passando di meraviglia in meraviglia.

Salite di sopra nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio
nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti,
dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro e dei grandi specchi,
dove uno si poteva ammirare dalla punta dei piedi fino ai capelli
le cui cornici di cristallo, d’argento e d’oro erano la cosa più bella
e più sorprendente che si fosse mai vista.

Le ragazze non la smettevano di magnificare e di invidiare la
felicità della loro amica. Che però non si divertiva affatto alla
vista di tante ricchezze, tormentata com’era dalla gran curiosità
di andare a vedere la stanzina del piano terreno.

Non potendo più resistere, senza badare alla sconvenienza di
piantare lì su due piedi tutta la compagnia, scese per una scaletta
segreta, con tanta furia che due o tre volte ci mancò poco che
inciampasse e si rompesse l’osso del collo.

Arrivata alla porta della stanzina, si fermò un attimo, ripensando
al divieto del marito e ai guai ai quali poteva andare incontro
per la sua disubbidienza. Ma la tentazione fu così potente, che
non ci fu modo di vincerla. Prese la chiave, e tremando come
una foglia aprì la porta della stanzina.

In un primo momento non poté distinguere nulla, perché le
finestre erano chiuse. Ma a poco a poco cominciò a vedere che
il pavimento era tutto coperto da una patina di sangue rappreso,
che luccicava nella penombra come uno specchio.
Dove si riflettevano i corpi di molte donne morte, che pendevano
stecchite, putrefatte o mummificate dalle pareti e dal soffitto.
Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato,
e poi sgozzato, una dopo l’altra.

Se la donna non morì dalla paura, fu miracolo.
La sua mano si irrigidì, e la chiave della stanzina, che aveva già
tirato fuori dal buco della serratura, le cascò.
Quando si fu un po’ ripresa, raccattò la chiave da terra, richiuse
la porticina e salì alla sua camera per rimettersi dallo spavento.

Ma era così sconvolta che non riusciva a riprendere fiato.
D’un tratto si accorse che la chiave della stanzina era macchiata
di sangue. Così la pulì due o tre volte, ma il sangue non voleva
andare via. Allora la lavò molte altre volte, e la strofinò con la
sabbia e col gesso, ma il sangue non andava via.

Il ritorno del marito

Barbablù tornò dal suo viaggio quella sera stessa, e raccontò
che lungo la strada aveva ricevuto una lettera in cui gli dicevano
che l’affare per il quale si era dovuto allontanare da casa era
stato concluso, e per di più in modo molto vantaggioso per lui.

La moglie fece tutto quello che poté per dargli a intendere che
era molto contenta del suo improvviso ritorno. Il giorno dopo il
marito le chiese le chiavi, e lei gliele consegnò. Ma la sua mano
tremava tanto, che Barbablù poté indovinare facilmente tutto
quanto era successo.

Allora le domandò:

«Come mai fra tutte queste chiavi non c’è quella della stanzina?»
«Si vede che l’avrò lasciata di sopra sul mio tavolino» rispose lei.
«Badate bene, che la voglio subito!»
disse Barbablù con la sua voce tonante,

La moglie cercò di tergiversare, ma alla fine dovette salire e
riprendere la chiave mancante.
Dopo averla osservata, Barbablù domandò alla moglie:

«Come mai su questa chiave c’è del sangue?»
«Non lo so» rispose la povera donna, più bianca della morte.

«Ah, non lo sapete! Ma lo so io.
Voi siete entrata nella stanzina.
Ebbene, signora, adesso voi ci entrerete per sempre,
e andrete a prender posto vicino a quelle altre donne
che avete visto là dentro.»

La donna si gettò ai piedi del marito, piangendo e chiedendo
perdono con tutti i segni di un vero pentimento per aver
disobbedito.

Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno.
Ma Barbablù aveva il cuore più duro di un macigno.

«Dovete morire, signora» le disse, «e subito.»
«Poiché mi tocca di morire» rispose la donna, guardandolo con
due occhi tutti pieni di lacrime,
«datemi almeno il tempo per raccomandarmi a Dio.»
«Vi concedo un mezzo quarto d’ora, non un minuto di più»
replicò il marito.

Vedete nessuno?

Rimasta sola, la donna chiamò sua sorella e le disse:

«Anna, sorella mia, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se
per caso non stiano arrivando i nostri fratelli.
Mi avevano promesso che oggi sarebbero venuti a trovarmi.
Se li vedi, fai dei segni con le braccia perché spronino i cavalli.»

La sorella Anna salì in cima alla torre,
e la povera moglie sconsolata le gridava di tanto in tanto:

«Anna, Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?»
«Non vedo altro che il sole che fiammeggia, e l’erba dei prati
a perdita d’occhio.»

Intanto Barbablù, con un gran coltellaccio in mano, gridava con
tutta l’aria che aveva nei polmoni:

«Scendi subito, se no salgo io!»
«Ancora un minuto, per carità!»
rispondeva con disperazione la moglie.

Subito dopo si metteva a gridare con voce soffocata:

«Ah, Anna sorella mia, non vedi nessuno?»
«Non vedo altro che il sole che fiammeggia, e l’erba dei prati
a perdita d’occhio.»
«Sbrigati a scendere!» urlava Barbablù. «Se no salgo io!»
«Eccomi, adesso scendo» rispondeva la donna.

Subito dopo riprendeva a gridare:

«Anna, Anna, sorella mia, non vedi nessuno?»
«Vedo» rispose stavolta la sorella, «una grande nuvola di polvere
che viene verso di noi.»
«Sono forse i miei fratelli?»
«Ahimè, no, sorella mia: è un branco di montoni.»

«Insomma, vuoi scendere sì o no?» urlava intanto Barbablù,
brandendo il suo coltellaccio e rovesciando a calci tavole e sedie.
«Un momentino ancora» rispondeva la moglie.

E subito dopo riprendeva a gridare:

«Anna, Anna, sorella mia, non vedi nessuno?»
«Vedo» rispose la sorella, «due cavalieri che vengono da questa
parte, ma sono ancora molto lontani.»

E poi, un istante dopo:

«Sia ringraziato il Dio! Sono proprio i nostri fratelli.
Sto facendo dei segni con le braccia, perché si sbrighino e
arrivino in un baleno.»

I fratelli

Intanto Barbablù si mise a gridare così forte, che fece tremare
tutta la casa. La povera donna fu costretta a scendere, e tutta
scapigliata e piangente andò a gettarsi ai suoi piedi.

«Sono inutili i piagnistei!» disse Barbablù. «Dovete morire.»

L’afferrò con una mano per i lunghi capelli, e sollevò il
coltellaccio con l’altra per tagliarle la testa.
La donna si girò verso di lui, e guardandolo con occhi morenti,
gli chiese un ultimo istante per pregare.

«No! No!» gridò Barbablù. «Raccomandati subito a Dio!»
E alzò il braccio che brandiva il coltello.

In quello stesso istante, bussarono così forte alla porta di casa,
che Barbablù si arrestò all’improvviso, e andò ad aprire.
Entrarono due cavalieri, con le spade sguainate, e si gettarono
su Barbablù, che si diede alla fuga.

Ma i due fratelli, un moschettiere e un dragone, lo raggiunsero
prima che potesse arrivare al portico di casa, e colpirono e
trafissero più volte, da parte a parte, il suo corpo e il suo volto
con le loro lunghe spade affilate.

Temi

  • Coraggio, Famiglia, Paura

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