Una fiaba trentina dalla raccolta “Fiabe Italiane” di Italo Calvino.
Un anello che esaudisce ogni desiderio, una sposa traditrice,
un cane e un gatto che si avventurano per ritrovarlo.
Astuzia, magia e una piccola morale finale.
Il giovane parte per il mondo
Un giovane povero disse alla sua mamma:
«Mamma, io vado per il mondo!
Qui al paese tutti mi considerano meno di una castagna secca,
e non combinerò mai niente. Voglio andare fuori e far fortuna.
E allora anche per te, mamma, verranno giorni più felici.»
Così disse, e andò via.
La vecchina, l’anello, e gli amici a quattro zampe
Arrivò in una città.
Mentre passeggiava per le strade, vide una vecchietta che saliva per un
piccolo pendio, e ansimava sotto il peso di due grossi secchi pieni
d’acqua, appesi a un bastone a bilanciere.
Le si avvicinò e le disse:
«Datemi da portare l’acqua, non ce la fate, mica, con quel peso.»
Prese i secchi, l’accompagnò a casa, salì le scale e posò i secchi in cucina.
Era una cucina piena di gatti e di cani che le si affollavano intorno
alla vecchietta facendole le feste.
«Dunque, dunque, dunque, giovanotto, cosa posso darti per ricompensa?»
chiese la vecchietta.
«Ma è roba da niente, l’ho fatto solo per farvi piacere.»
«Aspetta» disse la vecchietta.
Uscì e tornò con un anello.
Era un anellino da quattro soldi.
Glielo infilò al dito e gli disse:
«Sappi che questo è un anello prezioso. Ogni volta che lo giri e gli comandi
quello che vuoi, quello che vuoi avrai. Guarda solo di non perderlo,
che sarebbe la tua rovina. E per essere più sicura che non lo perdi,
ti do anche uno dei miei cani e uno dei miei gatti, che ti seguiranno
dappertutto. Sono bestie in gamba, e se non oggi, domani ti saranno utili.»
Il giovane le fece tanti ringraziamenti e se ne andò.
Ma a tutte le cose che aveva detto la vecchia, non ci badò né poco né tanto,
perché non credeva nemmeno a una parola.
«Discorsi da vecchia» si disse.
E non pensò nemmeno a dare un giro all’anello, tanto per provare.
La prima notte nella foresta
Uscì dalla città. Il cane e il gatto gli trotterellavano vicino.
Lui amava molto le bestie ed era contento di averle con sé:
giocava con loro e li faceva correre e saltare.
Così, correndo e saltando, entrò in una foresta.
Si fece notte, e dovette trovare riposo sotto un albero.
Il cane e il gatto si accucciarono vicino, ma non riusciva a dormire
perché gli era venuta una gran fame.
Allora si ricordò dell’anello che aveva al dito.
«A provare non si rischia niente» pensò.
Girò l’anello e disse: «Comando da mangiare e da bere.»
Non aveva ancora finito di dirlo, che gli fu davanti una tavola imbandita
con ogni specie di cibi e di bevande, e tre sedie.
Si sedette e annodò un tovagliolo al collo.
Sulle altre sedie fece sedere il cane e il gatto,
annodò un tovagliolo al collo anche a loro, e si misero a mangiare tutti e tre.
Adesso all’anellino ci credeva.
Finito di mangiare, si stirò per terra e si mise a pensare a quante belle cose
poteva fare ormai. Non aveva che l’imbarazzo della scelta.
Un po’ pensava che avrebbe desiderato un mucchio d’oro e d’argento, un po’
preferiva carrozze e cavalli e un po’ terre e castelli.
E così un desiderio cacciava l’altro.
«Qui ci divento matto» si disse quando non ne poté più di fantasticare.
«Tante volte ho sentito dire che la gente perde la testa quando fa fortuna.
Ma io la mia testa voglio conservarmela!
Quindi per oggi basta. Domani ci penserò.»
Si coricò su un fianco e si addormentò profondamente.
Il cane si accucciò ai suoi piedi, il gatto alla sua testa, e lo vegliarono.
Il palazzo e l’amore a prima vista
Quando si destò, il sole brillava già attraverso le cime verdi degli alberi.
Tirava un po’ di vento,
gli uccellini cantavano, e a lui era passata ogni stanchezza.
Pensò di comandare un cavallo all’anello, ma la foresta era così bella
che preferì andare a piedi.
Poi pensò di comandare una colazione, ma c’erano
delle fragole così buone sotto i cespugli che si contentò di quelle.
Infine pensò di comandare da bere, ma c’era una fonte così limpida che preferì
bere nel cavo della mano.
E così, per prati e campi, arrivò fino a un gran palazzo.
Alla finestra era affacciata una bellissima ragazza che, vedendo quel giovane
che se ne veniva allegro a mani in tasca, seguito da un cane e da un gatto,
gli fece un bel sorriso.
Lui alzò gli occhi e…
se l’anello l’aveva conservato, il cuore l’aveva bell’ e perduto.
«Ora sì che è il caso di usare l’anello» si disse.
Lo girò e fece:
«Comando che di fronte a quel palazzo sorga un altro palazzo
ancora più bello, con tutto quel che ci vuole.»
E in un batter d’occhio il palazzo era già lì, più grande e più bello dell’altro,
e dentro ci stava già lui come ci avesse sempre abitato.
Il cane era nella sua cuccia, il gatto si leccava le zampine vicino al fuoco.
Il giovane andò alla finestra:
era proprio dirimpetto alla finestra della bellissima ragazza.
Si sorrisero. Sospirarono. E il giovane capì che era venuto il momento
di andare a chiedere la sua mano.
Lei era contenta, i genitori pure.
E dopo pochi giorni avvennero le nozze.
Il tradimento
La prima notte che stettero insieme, dopo i baci, gli abbracci e le carezze,
lei saltò su a dire: «Ma dimmi, come mai il tuo palazzo è venuto fuori
tutto a un tratto, come un fungo?»
A lui era incerto se dirglielo o non dirglielo.
Poi pensò: «È mia moglie, e con la moglie non è il caso di avere segreti.»
E le raccontò la storia dell’anello.
Poi tutti contenti si addormentarono.
Ma mentre lui dormiva, la sposa piano piano gli tolse l’anello dal dito.
Poi si alzò, chiamò tutti i servitori:
«Presto, uscite da questo palazzo e torniamo a casa dei miei genitori.»
Quando fu tornata a casa, girò l’anello e disse:
«Comando che il palazzo del mio sposo se ne vada sulla cima più alta e più
scoscesa di quella montagna là.»
Il palazzo scomparve come non fosse mai esistito.
Lei guardò la montagna: era andato a finire in bilico lassù sulla cima.
Il giovane si svegliò al mattino, non trovò la sposa al suo fianco.
Andò ad aprire la finestra e vide il vuoto.
Guardò meglio, e vide profondi burroni in fondo in fondo,
e intorno montagne con la neve.
Fece per toccare l’anello, e non c’era.
Chiamò i servitori, ma nessuno rispose.
Accorsero invece il cane e il gatto, che erano rimasti lì.
Da principio non capiva niente.
Poi, a poco a poco, comprese che sua moglie era stata un’infame traditrice,
e come era andata tutta quella storia. Ma non era una gran consolazione…
Andò a vedere se poteva scendere dalla montagna, ma le porte e le finestre
davano tutte a picco sui burroni.
I viveri nel palazzo bastavano solo per pochi giorni.
E gli venne il terribile pensiero: sarebbe dovuto morire di fame.
La missione del cane e del gatto
Quando il cane e il gatto videro il loro padrone così triste, gli si avvicinarono.
Allora ill cane disse:
«Non disperarti ancora, padrone. Io e il gatto troveremo una via
per scendere tra le rocce, e riusciremo pure a trovarla.
E una volta giù, ritroveremo l’anello.»
«Mie care bestiole» disse il giovane, «voi siete la mia unica speranza,
altrimenti preferisco buttarmi giù per le rocce piuttosto che morir di fame.»
Il cane e il gatto andarono. Si arrampicarono, saltarono per balze e per picchi,
e riuscirono a calarsi giù dalla montagna.
Nella pianura c’era da attraversare un fiume.
Allora il cane prese il gatto sulla schiena, e nuotò dall’altra parte.
Arrivarono al palazzo della sposa traditrice che era già notte.
Tutti dormivano in un sonno profondo.
Il topo del palazzo
Entrarono pian pianino dalla gattaiola del portone.
Il gatto disse al cane:
«Ora tu resta qui a fare il palo. Io vado a vedere su che cosa si può fare.»
Andò su quatto a quatto per le scale, fin davanti alla stanza dove dormiva la
traditrice. Ma la porta era chiusa, e non poteva entrare.
Mentre rifletteva su quel che avrebbe potuto fare, passò un topo.
Il gatto lo acchiappò!
Era un topone grande grosso! Cominciò a supplicare di lasciarlo vivere…
«Lo farò. Ma tu devi rodere quella porta in modo che io possa entrarci.»
Il topo cominciò subito a rosicchiare, rosicchia, rosicchia, gli si consumarono
i denti, ma il buco era ancora così piccolo, che non solo il gatto,
ma nemmeno il topo ci poteva passare.
Allora il gatto disse:
«Hai dei piccoli?»
«Sì, signore, ne ho sette, uno più birbo dell’altro.»
«Va’ a prenderne uno, in fretta, disse il gatto.
E se non torni, ti raggiungerò dove sei e ti mangerò.»
Il topo corse via e tornò poco dopo con un topolino.
«Senti, piccolo» disse il gatto,
«se sei furbo salvi la vita di tuo padre. Entra nella stanza di questa donna,
sali sul letto e sfila l’anello che porta al dito.»
Il topolino corse dentro, ma poco dopo era già di ritorno tutto mortificato
«Non ha l’anello al dito!»
Il gatto non si perse d’animo:
«Vuol dire che lo avrà in bocca. Entra di nuovo, sbattile la coda sul naso,
lei starnutirà e starnutendo aprirà la bocca, l’anello salterà fuori,
tu prendilo svelto e portalo subito qui.»
Tutto avvenne proprio come il gatto aveva detto.
Poco dopo il topolino arrivò con l’anello.
Il gatto prese l’anello, e a grandi salti corse giù per la scala.
«Hai l’anello?» disse il cane.
«Certo che ce l’ho.»
Saltarono fuori dal portone, corsero via.
Il litigio sul fiume
Ma intanto il cane si rodeva dalla gelosia…
Era stato il gatto a riprendere l’anello. Arrivarono al fiume.
Il cane disse:
«Se mi dai l’anello, ti porto dall’altra parte.»
Ma il gatto non voleva, e si misero a bisticciare.
Mentre bisticciavano, il gatto si lasciò sfuggire l’anello.
Cadde in acqua.
In acqua c’era un pesce che lo inghiottì.
Il cane subito afferrò il pesce tra i denti, e così l’anello fu di nuovo loro.
Il cane portò il gatto all’altra riva, ma non fecero la pace, no, no…
e continuando a bisticciare giunsero dal padrone.
«Avete l’anello?» chiese lui tutto ansioso.
Il cane sputò il pesce, il pesce sputò l’anello.
Ma il gatto disse:
«Non è vero che ve lo porta lui.
Sono io che ho preso l’anello! il cane me l’ha rubato.»
«Ma se io non pigliavo il pesce, l’anello era perduto!» rispose il cane.
Allora il giovane si mise a carezzarli tutti e due, disse:
«Miei cari, non bisticciate tanto. Mi siete cari e preziosi tutti e due.»
E per mezz’ora, con una mano carezzava il cane, e con l’altra il gatto,
finché i due animali non tornarono amici come prima.
Il ritorno e la giustizia
Andò con loro nel palazzo. Girò l’anello sul dito e disse:
«Comando che il mio palazzo stia laggiù,
dove è quello della mia sposa traditrice, e che la mia sposa traditrice
e tutto il suo palazzo vengano quassù dove io sono ora.»
E i due palazzi volarono per aria e cambiarono di posto:
il suo giù nel bel mezzo della pianura, e quello di lei su quella cima aguzza,
con lei dentro che gridava come un’aquila.
Il giovane fece venire a palazzo anche la madre,
e le diede la vecchiaia felice che le aveva promesso.
Il cane e il gatto restarono con lui, sempre con qualche litigio tra loro,
ma in complesso stettero in pace.
E l’anello?
L’anello lo usò qualche volta, ma non troppo, perché pensava, con ragione,
che non è bene che l’uomo abbia troppo facilmente tutto quello che
può desiderare.
Quanto a sua moglie…
quando scalarono la montagna, la trovarono morta di fame.
Secca come un chiodo.
Fu una fine crudele… ma non ne meritava una migliore.