Era il 2008, l’anno in cui urlavamo “Vieni a ballare in Puglia” a squarciagola (forse senza capirlo fino in fondo) e andava bene così.
Eravamo sudati, leggeri, incazzati quanto basta per sentirci vivi.
“Eravamo belli” direbbe qualcuno..
Avevamo i capelli lunghi, i dreadlocks, la testa rasata a metà o la testa piena di capelli iper-colorati.
Poi è arrivata la “vita vera”.
Lavoro, bollette, compagnie che si sciolgono, figli piccoli (o figli che non arrivano), relazioni complicate, lavori complicati, vecchi vuoti o solo silenzi nuovi. (Anche qualche soddisfazione, eh, va detto… poche gioie ma gestite bene)
Insomma: ognuno ha preso la propria orbita.
E Caparezza, dopo anni di assenza, è tornato.
“Papino” è tornato a raccontarci quel movimento orbitante che è la vita.
Orbit Orbit
Il titolo sembra parlare di spazio, i testi parlano di noi. Tutti. Chi prima, chi poi, in quelle parole, ci orbitiamo tutti.
“Capa”, mette in rima, in musica, con incastri pazzeschi (che meritano tempo per essere assimilati al meglio) quanto sia difficile restare fermi, di quanto serva tempo per accettare che non siamo più il centro di niente.
Caparezza non spiega, non moralizza. Osserva, con una calma che prima, forse, non aveva. (O meglio: che prima, forse, non riuscivamo a cogliere)
In un’intervista dice che Orbit Orbit è il suo disco più “astratto e personale”, nato in un periodo di isolamento e rumore.
È un disco che non ti dice cosa fare, ma ti invita a guardarti da fuori — e a non spaventarti se ti senti perso.
Capa, tira fuori il disco “che non ci meritiamo, ma di cui avevamo (onestamente) bisogno”.
Per chi non ha più vent’anni (e nemmeno risposte)
E se cresceranno fosse “salire” ma “orbitare”?
Ci si accorge che le orbite cambiano, gli amici si spostano, il lavoro non basta.
E che anche noi, ogni tanto, avremmo bisogno di un centro di gravit. (O almeno di una musica che ci tenga in equilibrio)
Da qualche anno, quando capitano le riflessioni profonde (quelle che fai sulle sedie di plastica bianca nelle sere d’estate mentre guardi le stelle), parlo della teoria della “spirale” (“La teoria della spirale”, la fai sembrare una cosa intelligente iper studiata, ma sono solo tue riflessioni. Alice, per favore, fly down!)
Comunque: sono alcuni anni che quando penso alla vita, alle cose che capitano, ai lavori che si scelgono, alle persone che si incontrano, alle situazioni che ritornano chissà per dirci cosa; dico “È la spirale, baby!”.
Non so voi, ma io, la vita, a volte, me la sono immaginata come una linea retta.
Da un punto “A” al punto “B”.
“Perchè così dev’essere, e così sarà!”, mi dicevo. Una delle tante cose di cui mi sono convinta così, senza senso (senso che in realtà lo ritrovi nei bias cognitivi, nei traumi, nella teoria del gregge e in mille altre cose, ma facciamo prima ad auto-colpevolizzarci).
Poi un giorno (in piena auto-analisi) il pensiero divergente: “È se fosse una spirale?!”.
Se dovessimo passare per quei punti, ma da una distanza diversa? Una distanza che, magari, ci permette di vedere le cose da un nuovo Point of View?!
Ci penso ogni volta che mi capita (o ri-capita) qualcosa.
È la spirale, baby!
L’orbita di Caparezza
In Orbit Orbit c’è lucidità.
C’è la voce di chi ha fatto il giro e si è trovato davanti un nuovo inizio.
È un disco per chi sente di ruotare senza meta, ma non vuole smettere di cercare.
Capa sembra dirci: “Non devi capire tutto, ma non smettere di orbitare.”
C’è qualcosa di rassicurante.
Io l’ho percepito come un “Ti sento.”
“Ti sento” è ben diverso da un “va tutto bene” un “Ti capisco, so cosa provi”.
Credo che “Ti sento” abbia um potere altissimo.
Non si tratta di udito; forse è più una questione di energia e frequenze.
Caparezza dal suo pianeta, dalla sua astronave, dalla sua Orbita, manda un segnale a chi si sente, si è sentito o si sentirà “un po’ perso” e dice “Ti sento”.
I brani chiave e cosa raccontano
E allora ho provato a capire cosa mi ha lasciato, traccia dopo traccia.
“Io sono il viaggio”
Apre l’album. È una dichiarazione d’identità: “Io sono il viaggio, non la meta.”
Parla del movimento continuo che ci tiene vivi, anche quando non sappiamo dove stiamo andando.
Tema: trasformazione, accettazione del cambiamento.
“Fluttuo, orbito”
Atmosfera rarefatta, quasi sospesa.
Caparezza si allontana dalla terra, la guarda da lontano e capisce che la distanza serve per capirsi.
Tema: introspezione, distanza come forma di conoscenza.
“Autovorbit”
Il ritorno come rinascita.
“L’unico ritorno che ha senso è quello in territori in cui non sono mai stato.”
Tema: identità adulta, riconciliazione col passato.
“Pathosfera”
Un viaggio.
Ricordi e rumore si fondono: è un mondo interiore che vibra, anche quando tutto fuori tace.
Non c’è rabbia, c’è resa. Ma è la resa di chi ha smesso di combattere contro se stesso e ha deciso di ascoltarsi, finalmente.
La traccia DEFINITIVA.
Tema: vulnerabilità, ascolto interiore, accettazione del rumore (mentale, emotivo, reale).
Il trittico finale è un’opera d’arte dentro l’opera d’arte
(Pathosfera – Cosmonaufrago – Perlificat)
Parlarne
Lo scrivo all’alba dei 30: (L’ho detto?! L’ho detto.) consiglio vivamente l’ascolto.
Sia che ti senta un po’ perso, non capito, sia che ti ci sia sentito prima. Se hai la percezione di non capire nulla di cosa stia succedendo, sia che ti sia appena ritrovato.
Consiglio vivamente l’ascolto. (Poi fate come vi pare)
Se lo ascolti con uæ figliæ adolescente (sì, scrivo così, perché la grammatica binaria mi annoia”), parlate di identità e distanza. (O non parlate. Ascoltatevi stando in silenzio.)
Cosa ci tiene in orbita?
Per me, per noi di Mentesauri:
non restare fermi, ma continuare a ruotare intorno a ciò che conta.
Sempre in orbita.
– Non Quella Alice