Ma chi l’ha detto che “politica” fa paura?
Sarà perché di solito se ne parla con toni da telecronaca sportiva (solo meno avvincenti), oppure perché ci sembra un mondo lontano che non ci riguarda davvero. E invece, a teatro, succede l’impensabile: si inizia a parlare di democrazia e non scappa (quasi) nessuno.
Siamo qui riuniti o della democrazia imperfetta
Prendete Siamo qui riuniti o della democrazia imperfetta: già il titolo sembra un invito a sedersi in cerchio e a sgranocchiare popcorn, invece è la seconda tappa di un progetto firmato da Letizia Quintavalla e Bruno Stori.
Uno spettacolo dedicato ai ragazzi. Ebbene sì, i ragazzi: quelle creature che, se gli nomini “politica”, pensano a destra e sinistra solo come indicazioni stradali. E voi, che magari sorridete, aspettate di vedere cosa succede sul palco.
Perché qui si parla di polis nel senso greco più genuino; non di potere in giacca e cravatta.
Un posto dove impariamo a diventare cittadini veri, con tanto di responsabilità, voglia di capire e – miracoloso a dirsi – di rispettare chi arriva da lontano. Perché, il mondo non finisce ai confini del nostro quartiere.
E allora l’attore/guida ci prende per mano e ci tuffiamo nell’Atene di 2500 anni fa: che uno dice, “Mamma mia che noia!”, e invece no. Perché ridendo e scherzando (letteralmente), ci ritroviamo in viaggio tra Contraddizioni e Disuguaglianze (con la C e la D maiuscole), scoprendo che sì, anche le democrazie di oggi hanno le loro magagne. E che la nostra non è una vittoria scolpita nel marmo, ma un continuo work in progress – tipo un mobile dell’IKEA che non finisci mai di montare, ma almeno ci provi (ogni tanto).
La risposta dei ragazzi
Poi ci sono i ragazzi. Che di solito fanno domande su tutto, dallo sport alla vita privata dell’attore (del tipo “ma tu che musica ascolti?”) fino alla nuance esatta del costume di scena (si sa mai diventi un trend). Ma raramente chiedono di politica, come se fosse una cosa che non li riguarda. Eppure, appena si chiude il sipario e l’attore rientra in scena, scatta una specie di incantesimo: silenzio assoluto. Non quello da “Su, fate silenzio, ché si annoiano tutti”, ma un silenzio pieno di occhi sgranati e pensieri che ronzano. Un po’ come scoprire che i giovani sanno ascoltare e pensare, nonostante gli smartphone in tasca (incredibile, vero?!).
Lì capisci di aver piantato un seme. Lo vedi quando le insegnanti, incredule, ti dicono: “Non li ho mai visti così in silenzio… neanche minacciandoli di interrogazione!” E tu sorridi, perché hai capito che in fondo questa è politica: ascoltarsi, prendersi cura l’uno dell’altro, chiedersi come migliorare insieme il pianerottolo, il quartiere o addirittura il mondo.
Avere cura
Votare, infatti, è un po’ come salire per la prima volta su un palco: ti sudano le mani, pensi “ce la farò?”, e poi scoprire che puoi farcela, se solo qualcuno ti porge una mano e ti invita a giocare. Serve gentilezza, serve la cura con cui si passa un fiore senza strapparne i petali. E fidatevi, i ragazzi – anche se qualcuno vi direbbe il contrario – hanno una voglia matta di questa gentilezza.
E alla fine, sì, a teatro ci si diverte pure. Perché la democrazia, sotto sotto, sa essere leggera: basta parlarne con sincerità e un briciolo di (auto)ironia. Allora, tafanate, tafanate, tafanate! Sveglia la tua mente e quella di chi ti sta vicino. Che dopo l’ultimo applauso, forse capiremo tutti un po’ di più che la politica non è una punizione divina, ma un atto d’amore reciproco… tipo un gran bel fiore, passato di mano in mano, senza mai appassire.